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	<title> &#187; HOME www.orbilia.it Auto- presentazione</title>
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		<title>Lisistrata fiorentina</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jun 2023 10:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ARISTOFANE Lisistrata, vv.1072-1188 Corifeo O allora gli arrivano gli ambasciatori di Sparta: e l’avanzano trascinando la loro lunga barba, con una specie di gabbia da porcelli intorno alle hosce. O Spartani, prima di tutto, salve! O diteci in quali condizioni &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/lisistrata-fiorentina/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ARISTOFANE                  Lisistrata, vv.1072-1188</p>
<p>Corifeo    O allora gli arrivano gli ambasciatori di Sparta: e l’avanzano trascinando la loro lunga barba, con una specie di gabbia da porcelli intorno alle hosce. O Spartani, prima di tutto, salve! O diteci in quali condizioni vu’ giungete hostì.<br />
Spartano    Ma cchi v’haiu a spiegari? CChi siti orbi? No viditi  comu semu arriddutti?<br />
Corifeo    Ohi, ohi! O cos’è hodesta malattia che provoha una tremenda irritazione della fava e la peggiora sempre di più?<br />
Spartano   È  ‘na cosa ‘ndescrivibili!  Cchi vi pozzu diri? A qualunqui  prezzu, comu egghiè, quarcunu   na fari fari  paci.<br />
Corifeo   O vedo anche persone del mi paese: e li portano abiti succinti, come lottatori. E’ pare che abbiano una malattia da atleti.<br />
Ateniese    Vu sapete dov’è la Lisistrata?  Noi omini, ecco come s’ è ridotti.<br />
Corifeo   Anche questa malattia è uguale a quell’altra. All’alba non vi prendono le honvulsioni?<br />
Ateniese   Per la maremma, siamo tutti distrutti!  E se qualcuno non ci rihoncilia subito subito … ‘un c’è niente da fare: la vi diho che si va tutti a trombare Clistene!<br />
Corifeo    Se non siete grulli, o rimettetevi il mantello, perché non vi veda qualhuno di quei bischeri che si divertono a mutilare le statue del dio Ermes…<br />
Ateniese O tu dici bene allora!<br />
Spartano    Minchia, veru è! Cummigghiamini subitu!<br />
Ateniese    Salve, Spartani! O che dobbiamo subire un male vergognoso?<br />
Spartano   (ai suoi ) Amici,  ni casca la facci ‘n terra pa vergogna, si  nni vidunu ‘nti sti condizzioni.<br />
Ateniese    Allora, Spartani! Perché vu’ sete hostì?<br />
Spartano    Vinemu comu ambasciatori ppi negoziari la paci.<br />
Ateniese    Vu dite bene, anche noi. O allora ‘hiamiamo la Lisistrata, che gli è l’uniha in grado di rihonciliarci.  Ma, a quanto pare, non c’ è bisogno che la ‘hiamiamo. Lei stessa, appena la ci ha sentiti, la sta venendo hostì.<br />
Corifeo O salute a te, o donna che tu sei la più forte tra tutte. Ora bisogna che tu sia terribile e mite, buona e hattiva, autorevole e amabile, riccha di esperienza: poiché i primi tra i Greci, vinti dalla tua magia, ti cedono il posto e honhordemente rimettono a te tutte le questioni.<br />
Lisistrata   Non gli è un hompito difficile, purchè uno tratti con gente vogliosa di fare l’amore anziché la guerra. Lo saprò presto. Dov’è la Pace?  (Appare la Pace, sotto l’aspetto di una bella ragazza nuda) Va’ a prendere prima gli Spartani, e portali hostì, ma non hon mano dura e orgogliosa né home, stupidamente, hanno fatto i nostri uomini, ma home naturalmente si addice a noi donne, hon garbo e gentilezza. E se non ti danno la mano, afferrali per l’uccello. Va’ poi e porta hostì anche hodesti Ateniesi, e honducili hostì prendendoli … per quella parte che ti presentano. Spartani, state acchanto a me, e voi da quest’altro lato, e intendete le mi parole. Io sono una donna, ma ho senno. Personalmente non sono messa male, in quanto a intelligenza, e poi, avendo ascoltato molti discorsi di mio padre e degli anziani, non sono male istruita. Dopo avervi hostì radunati, vi voglio rimproverare pubblihamente e hon giustizia: voi, home parenti, attingete acqua da uno stesso hatino e aspergete gli stessi altari, a Olimpia, a Pilo, a Delfi – quanti altri ne potrei citare, se volessi dilungarmi! – e, mentre i nemici inhombono minacciosi con il loro esercito barbaro, distruggete vite umane e città di Grecia!  Qui si honclude il primo argomento del mio discorso.<br />
Ateniese ( guardando la Pace) … e io mi sto morendo dalla voglia e dall’eccitazione!<br />
Lisistrata In quanto a voi, Spartani – ora la mi rivolgerò a voi – vu non sapete che una volta il vostro honcittadino Periclide l’è venuto qui, supplice, a sedersi sui nostri altari, tutto pallido nel suo mantello rosso, a chiedere un esercito che lo aiutasse? A quel tempo inhombevano su di voi  la guerra messeniha e i terremoti. E Cimone venne in vostro socchorso con 4000 opliti e salvò Sparta. E voi, pur avendo ricevuto hodesto beneficio dagli Ateniesi, devastate la terra di chi vi ha aiutato?<br />
Ateniese Hommettono ingiustizia hostoro, per la maremma!<br />
Spartano U tortu è nostru,ma … (guardando la Pace) ddu culu, non si può diri quant’ è beddu!<br />
Lisistrata O vu pensate forse che io prosciolga da ogni accusa voi Ateniesi? Non vu vi rihordate che gli Spartani, a loro volta, quando voi portavate abiti servili, vennero in armi e fecero strage di Tessali e dei seguaci e alleati del tiranno Ippia? O non hombatterono insieme a voi, quel giorno, essi soli? O non vi liberarono e vi fecero indossare di nuovo il mantello degli uomini liberi?<br />
Spartano (sempre guardando la Pace) N’ haiu vistu mai na fimmina cchiù … bona.<br />
Ateniese Una topa più bella…ti diho che non l’ho mai vista.<br />
Lisistrata Perché, dunque, dopo tanti benefici reciproci, hontinuate a hombattere tra voi? L’è una vergogna! Perché non vu vi riappacifihate? Che hosa ve lo impedisce?<br />
Spartano (con gli occhi sempre rivolti alla Pace) Nuatri semu d’accordu, bbasta ca ni tornunu…dda cosa cosa tunna…<br />
Lisistrata   O tu dimmelo: quale, haro?<br />
Spartano Dda purticedda… Pilo. Havi ‘nsacco di tempu ca ciavemu disidderiu di… trasici..<br />
Ateniese O per Poseidon,vu non lo farete|<br />
Lisistrata  O vellino, lasciatelo a loro!<br />
Ateniese E noi allora, chi si va a trombare?<br />
Lisistrata   E vu chiedete un’altra regione in hambio di questa.<br />
Ateniese (sempre guardando la Pace) Quella, allora, vi diho, restituiteci quella per prima hosa … la ricciolina, cioè Echinunte, e il seno Maliaho … lì dietro, e le gambe di Megara, e l’isola di Skopelos.<br />
Spartano Ma cchi siti pazzi? Ca quali, amicu miu, tu po’ scurdari.<br />
Lisistrata O vien via, lascia perdere, tu vuo’ litigare per un par de gambe?<br />
Ateniese O tu non lo vedi che già son nudo e voglio mettermi a lavorare la terra?<br />
Spartano E macari iu vogghiu cuncimari u tirrenu  di capu i matina!<br />
Lisistrata Quando vu avrete smesso di litihare, vu lo potrete fare. Ma se vu avete questa intenzione, deliberate e andate a homuniharlo agli alleati.<br />
Ateniese Ohi che tu dici!  Ma che alleati, mia cara? Un tu lo vedi? Noi ce l’abbiamo ritto. Tutti gli alleati saranno pienamente d’accordo hon noi su questo punto: trombare.<br />
Spartano Sicuru, macari i nostri, ppi tutti gli dèi!<br />
Lisistrata Vu dite bene. Ora purifihatevi, perché noi donne vi si possa ricevere sull’Acropoli con quel che abbiamo … nelle ceste. Là vi scambierete reciprohamente giuramenti e haranzie di fedeltà. Dopo, ciascuno di voi potrà riprendere la propria donna e andarsene. Su, presto! Mi so’ lasciata intendere?<br />
Spartano Portimi unni voi.<br />
Ateniese Sì, il più presto possibile, per Zeus!</p>
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		<title>oi hellenes kai ai gynaikai</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2023 21:24:15 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Recital  su ” I Greci e le donne” L = lettore, U = uomo, D = donna L. La diffidenza e il disprezzo verso le donne hanno origini antiche. I Greci, padri della nostra civiltà, sono in questo cattivi maestri, &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/oi-hellenes-kai-ai-gynaikai/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recital  su ” I Greci e le donne”</p>
<p><em>L = lettore, U = uomo, D = donna</em></p>
<p><strong>L. La diffidenza e il disprezzo verso le donne hanno origini antiche. I Greci, padri della nostra civiltà, sono in questo cattivi maestri, anche se in maniera estremamente ambigua e problematica.</strong></p>
<p><span id="more-223"></span></p>
<p><strong>Per Esiodo ( VII sec. a.C. ) è Pandora, la prima donna &#8211; al pari della biblica Eva – la causa di tutti i mali che affliggono l’umanità.</strong></p>
<p><strong>Da  ESIODO, Teogonia vv. 570-602 e Opere vv. 59-104 <em>(sintesi tra i due brani, che può essere letta sia da un uomo che da una donna, o da entrambi)</em></strong></p>
<p>Zeus nascose agli esseri umani i mezzi  di sostentamento, adirato nel suo animo, perché Prometeo, il dio dall’intelligenza tortuosa, l’aveva ingannato: aveva rapito il fuoco per donarlo agli uomini. Gli disse allora, sdegnato, Zeus  che raduna le nubi: “ Figlio di Iapeto, più di ogni altro esperto di astuzie, tu gioisci di avere rapito il fuoco contro il mio volere, ma hai procurato grande affanno a te stesso e agli uomini futuri: a loro io donerò, in cambio del fuoco, un malanno del quale essi, tutti quanti, si rallegreranno, accogliendo con amore la propria rovina”. Subito, per ordine di Zeus, l’inclito Efesto plasmò dalla terra un’immagine simile a casta vergine; e la glaucopide Atena la cinse e l’ornò di candida veste, e sul capo di sua mano le pose un velo ricamato, meraviglia a vedersi, e verdi  amabili ghirlande di erba fiorita, e sulla testa un aureo diadema, opera dell’inclito Efesto: su di esso scolpì molte immagini artistiche,  tutti  i mostri terribili che nutre la terra ed il mare, e grazia su tutti aleggiava, un prodigio a vedersi. E le Grazie divine e la Seduzione possente le posero tutt’intorno sulla pelle monili d’oro. Quindi Ermes, l’araldo degli dei, nel petto le infuse inganni e scaltri discorsi e indole subdola – così aveva deciso il tonante Zeus – e infine le diede voce, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli dei che sull’Olimpo  hanno dimora la colmarono di doni, malanno per gli uomini industri. Poi, dopo avere creato un affascinante malanno in cambio di un bene, la condusse davanti a tutti gli altri essere divini e umani: stupore e ammirazione presero gli immortali e i mortali, quando videro l’astuto inganno, rovina che non lascia scampo agli uomini. Da lei, infatti, discende la razza delle donne, che, sciagura grande per i mortali, abitano insieme agli uomini, disposte a condividere con loro non la rovinosa Povertà, bensì la Ricchezza. Come quando negli alveari le api nutrono i fuchi, esseri inetti: quelle per l’intero giorno, finchè il sole tramonta, si affaticano senza sosta intorno ai candidi favi, quelli, invece, standosene al coperto, dentro gli alveari, si riempiono il ventre divorando l’altrui fatica;così allo stesso modo per i mortali Zeus fece un malanno, le donne, creature moleste. Infine il padre degli dei mandò Pandora in dono a Epimeteo.                                                            <strong></strong></p>
<p><strong>L. Era il fratello di Prometeo e aveva indole opposta alla sua: Prometeo era il Preveggente, colui che comprende IN ANTICIPO; Epimeteo era invece colui che comprende DOPO.</strong></p>
<p>Costui accettò lo splendido dono, senza darsi pensiero degli avvertimenti di Prometeo. Solo in seguito, quando fu sommerso dai guai, comprese l’errore. Prima, infatti, vivevano sulla terra le stirpi degli uomini  lontano dai mali, senza la tremenda fatica e le penose malattie, che portano gli uomini alla morte. Ma la donna, togliendo con le sue mani il grande coperchio del vaso disperse tutti i mali, e procurò agli uomini  pene amare. Sola vi restò la Speranza, perché Pandora rimise il coperchio al vaso. Gli altri infiniti mali  tra gli uomini si aggirano: di mali è piena la terra, ne è pieno il mare; e le malattie, a loro piacere, di notte e di giorno vagano tra i mortali.</p>
<p><strong>L. Ma il culmine della misoginia è rappresentato dalla violenta invettiva contro le donne  di Ippolito, protagonista dell’omonima tragedia euripidea. Egli ha appreso, per bocca dell’anziana nutrice di Fedra, la giovane moglie di suo padre, che la matrigna ha concepito per lui un’ardente, scandalosa passione.</strong></p>
<p><strong>Euripide, Ippolito coronato, vv. 616-668  ( U)</strong></p>
<p>Ippolito: Zeus, perché mai hai portato alla luce questo ambiguo malanno, le donne? Se, infatti, tu volevi   che si propagasse il genere umano, non dovevi permettere che questo si realizzasse per mezzo delle donne, ma che i mortali, offrendo nei tuoi templi  oro o argento o bronzo, potessero acquistare seme di figli, ciascuno secondo il valore dell’offerta, e che vivessero in libere case, senza femmine. Ora, invece, quando ci accingiamo a portare in casa questa peste, per prima cosa siamo costretti a sperperare i beni familiari. Da questo risulta evidente che la donna è una gran disgrazia: persino il padre che l’ha generata e allevata le procura una dote e la manda a vivere in un’altra casa, per liberarsi da un malanno. A sua volta, chi si è preso in casa questa mala pianta , è felice di ricoprirla di gioielli preziosi, come un idolo malvagio, e si affanna a rivestirla di bei pepli, il disgraziato, intaccando il patrimonio domestico. E’ poi soggetto all’obbligo, se ha la fortuna di essersi imparentato con persone perbene, di tenersi una moglie sgradevole, oppure, al contrario, se ha sposato una brava donna, di sopportare suoceri inutili  e abbraccia, insieme  a un bene, anche un fastidioso inconveniente. La cosa migliore per chiunque è portarsi in casa una nullità, una donna innocua per  la sua scempiaggine. La donna intelligente, la odio. Che non vi sia mai, in casa mia, una donna che abbia una cultura superiore a quella che si addice al suo sesso! Poiché Cipride ingenera il male soprattutto nelle donne colte e intelligenti: la donna sciocca , proprio grazie al suo cervello limitato, è preservata dalle azioni folli. Bisognerebbe, poi, che alle donne non si avvicinasse mai una serva, ma che convivessero con mostri  feroci e privi di parola, cosicchè   non potessero né rivolgere la parola ad alcuno, né, a loro volta, ascoltare discorsi altrui. Ora invece le donne perverse tramano perversi disegni, e le loro ancelle li portano fuori. Così anche tu, maledetta, sei venuta  da me per indurmi a sconvolgere il letto inviolabile di mio padre: proposte da cui io voglio purificarmi  con acque correnti, lavandomi anche le orecchie. Come dunque potrei macchiarmi di una simile colpa io, che considero un’impurità anche solo l’avere ascoltato proposte del genere? Sappilo bene: è la mia pietà religiosa che ti salva, donna. Se non mi trovassi vincolato, incautamente, da un sacro giuramento, mai mi sarei trattenuto dal rivelare tutto questo a mio padre. Ora, finchè  Teseo, mio padre, è lontano, vado via di casa, e manterrò la bocca chiusa. Ma voglio vedere, tornando insieme a mio padre, con quale coraggio potrai guardarlo in viso, tu e la tua padrona. Ma la tua sfrontatezza io la conosco, per averla già sperimentata. Possiate morire! Io non sarò mai sazio di odiare le donne, neanche se qualcuno mi accusa di ripetere sempre lo stesso ritornello: sempre, infatti, anch’esse sono  malvagie. Qualcuno insegni loro ad essere virtuose, oppure mi lasci  sempre imprecare contro di loro!</p>
<p><strong>A queste accuse replica Medea, la più famosa delle eroine euripidee, contrapponendo alle ragioni dei misogini la più lucida analisi della condizione femminile che l’antichità ci abbia trasmesso.</strong></p>
<p><strong>Da Euripide, Medea, vv . 230- 266 ( D )                     </strong></p>
<p><strong>Medea:    </strong>Tra tutti gli esseri che hanno vita e coscienza, noi donne siamo la razza più sventurata; noi che, per prima cosa, a caro prezzo dobbiamo comprarci un marito e prendere un padrone del nostro corpo: e di un simile male questo è un male ancora più odioso. E in questa operazione c’è un rischio gravissimo: prendere, invece di un buon marito, uno pessimo. Infatti le separazioni rovinano la reputazione delle donne, né<strong> </strong>è possibile ripudiare lo sposo. Bisogna, inoltre, che una donna, se si viene a trovare tra usanze e leggi diverse, sia un’indovina per capire, non avendolo appreso in casa sua, quale comportamento dovrà tenere con il suo compagno. Se, a prezzo di fatica e sacrificio, ci  riesce, e lo sposo convive volentieri con lei, senza  sopportare controvoglia il  vincolo coniugale, è una vita  invidiabile: se no, meglio morire. L’uomo, quando si annoia a stare in casa con i suoi familiari, andando fuori  libera il suo cuore da ogni fastidio, frequentando amici e coetanei. Per noi donne, invece, è obbligatorio frequentare una sola persona.  Dicono, poi, che noi  viviamo una vita priva di pericoli, in casa, mentre gli uomini  devono affrontare i rischi della guerra. Ma sbagliano : io preferirei tre volte imbracciare lo scudo in battaglia anziché partorire una sola volta. Ma lo stesso discorso non è valido per te e per me: tu hai una patria, e  casa paterna, e mezzi per vivere e compagnia di persone care. Io, essendo sola, senza patria, subisco oltraggio da mio marito, dopo essere stata portata via come una preda da una terra straniera,  senza avere né madre, né fratello, né familiari presso cui  trovare scampo da questa sventura. Questo favore vorrei ricevere da te: se trovo un mezzo , un espediente, per far pagare a mio marito il fio dei suoi misfatti, e per vendicarmi di colui che gli ha dato in moglie sua figlia, e della donna che l’ha sposato, ti chiedo di tacere. Poiché la donna per il resto è piena di paura , inadatta alla lotta e alla vista di un’arma. Ma quando è offesa nei suoi diritti e nel suo letto di moglie, non esiste un altro cuore più del suo assetato di sangue.</p>
<p><strong>L.  Medea è tre volte emarginata: in quanto donna,in quanto straniera, in quanto “intellettuale” (σοφή, sofé) in grado    di conoscere ciò che è ignoto agli altri e di mettere in luce verità scomode. In un contesto a lei ostile ed estraneo, in cui è, per lei, problematico ipotizzare un futuro per i figli, matura il suo terribile proposito di vendetta.</strong></p>
<p><strong>Da Euripide, Medea, vv. 1021- 1080  ( D )</strong></p>
<p>Medea: O figli, figli, voi avete dunque una patria e una casa, in cui, lasciando me sventurata, abiterete sempre, privati di vostra madre: io vado esule in un’altra terra,prima di avere pienamente goduto di voi e di avervi visto felici, prima di avervi preparato il talamo e la  sposa e i lavacri nuziali, e di avere levato in alto le fiaccole. O me sventurata per il mio orgoglio! Dunque invano, o figli, vi ho nutrito, invano mi sono affaticata  e ho sofferto per voi, sopportando dolori lancinanti nel parto. Certamente allora  io, l’ infelice, avevo riposto in voi grandi speranze, che vi sareste presi cura di me, da vecchia, e, una volta morta, mi avreste con le vostre mani, onorevolmente composta nella tomba, sorte invidiabile per i mortali: ma ora è perita ogni dolce speranza. Infatti, privata di voi, condurrò una vita amara e per me dolorosa. Voi non vedrete più con gli occhi vostra madre, essendo partiti per un’altra forma di vita. Ahimè,ahimè! Perché, figli, mi guardate così con i vostri occhi? Perché mi sorridete  con il vostro ultimo sorriso?  Ahimè, che devo fare? Il cuore mi manca, donne, quando vedo lo sguardo luminoso dei miei figli. No, non potrei. Propositi precedenti, addio. Condurrò via i miei figli da questa terra. Perché mai dovrei, per punire il  padre con la loro morte, procurare a me stessa mali due volte più gravi? No, non lo farò. Addio, miei propositi. Ma poi … che cosa devo subire? Voglio diventare oggetto di scherno, lasciando impuniti i miei nemici? Devo avere il coraggio di farlo. E’ segno della mia viltà anche presentare al mio animo queste argomentazioni  che rammolliscono. Rientrate  in casa, bambini. Chi non ritiene giusto assistere al mio sacrificio, provveda per sé: non lascerò tremare la mia mano.  Ahimè, ahimè! No, mio cuore, no, non fare questo! Lasciali andare, infelice, risparmia i figli! Anche in esilio, vivendo insieme a te, ti daranno gioia!</p>
<p>Ma no, per gli dei vendicatori dell’Ade, non sarà mai che io permetta ai miei nemici di oltraggiare i miei figli. In ogni caso, è inevitabile che muoiano. Poiché è necessario, sarò io a ucciderli, io che ho dato loro la vita. La mia decisione è irrevocabile, ormai. Non posso evitarlo. Ecco: sul suo capo ha già il diadema, nel suo peplo la giovane sposa, la sovrana, già sta morendo, io lo so con certezza. Orsù, io mi avvio per la strada più sciagurata, e avvierò i miei figli per un’altra ancora più sventurata. Voglio dire addio ai miei bambini. O figli, date, porgete a vostra madre la mano destra, che io vi abbracci. O mano amatissima, bocca a me cara, figura e nobile viso dei figli, siate felici, ma lontano da qui: il padre vostro vi ha privato della felicità di questa vita. O dolce abbraccio, morbida pelle, respiro dolcissimo dei miei figli, addio, addio. Non ho più il coraggio di guardarvi,  sono sopraffatta dal dolore. Sono consapevole del male che sto per compiere, ma  l’orgoglio e la passione sono più forti dei miei voleri: sono essi per i mortali causa dei mali più gravi.</p>
<p><strong>L. Medea, dunque, uccide i suoi figli, verso i quali nutre un ambiguo sentimento di amore-odio, perché sono l’unico legame che la tiene ancorata all’infedele Giasone, e quindi soggetta a umiliazione, persecuzione ed emarginazione. La sua terribile scelta ha motivazioni complesse: la vendetta – doverosa, da parte di un’aristocratica -, ma anche la constatazione della mancanza di un futuro per  i figli di una maga straniera odiata e temuta in un ambiente ostile, e infine la percezione dei bambini come parte di se stessa, e non come persone autonome. Il suo è, in fondo, un gesto di auto-distruzione, oltre che di annientamento dei suoi nemici. Ma – sembra chiedersi Euripide – è lei l’unica responsabile? Perché una donna – creatura solitamente mite e pacifica – può diventare un mostro spietato se colpita nei suoi sentimenti più profondi: l’amore, la dignità, l’affetto per i figli. Così Fedra si vendica di Ippolito, che ha respinto con disprezzo il suo amore; Clitemestra uccide il marito, che ha sacrificato la figlia Ifigenia alla sua sete di conquista; Ecuba fa scontare in modo atroce all’infido Polimestore l’assassinio del suo Polidoro.</strong></p>
<p><strong>Da Euripide, Ifigenia in Aulide, vv. 1146-1195 ( D)</strong></p>
<p><strong>Clitemestra:</strong> Ascolta dunque! Voglio parlarti apertamente, senza più ricorrere ad ambigue allusioni. Prima di tutto – di questo ti accuso – mi hai sposato contro la mia volontà, prendendomi a forza, dopo avere assassinato Tantalo, il mio primo marito, e dopo avere sbattuto a terra il mio bimbo, vivo, strappato con violenza  dal mio seno. E i miei fratelli, figli di Zeus, scintillanti nelle loro armi, sui loro cavalli, ti fecero guerra. Ma il mio vecchio padre, Tindaro, ti salvò, poiché diventasti suo supplice, e così ottenesti il mio letto. Mi riconciliai con te e con la tua casa: e devi riconoscere che sono stata una moglie irreprensibile, fedele in amore e attenta a fare prosperare la tua casa, cosicché tu eri felice quando tornavi e orgoglioso quando uscivi di casa: rara fortuna per un uomo avere in sorte una sposa simile: non è affatto insolito, invece,avere una cattiva moglie. Poi  ti partorisco questo bimbo, oltre a tre ragazze: e tu vuoi strapparmene una, in modo atroce! E se qualcuno ti domandasse perché vuoi ucciderla, dimmi, che cosa risponderesti? O devo essere io a esporre le tue ragioni? Per Elena, perché Menelao possa riaverla: bella ragione davvero, pagare l’acquisto di una donna scellerata a prezzo della vita dei propri figli! Suvvia, se partirai per questa spedizione lasciandomi nella reggia, e se tornerai dopo una lunga assenza, quale cuore credi che avrò, restando in casa, quando vedrò la sua sedia vuota, vuote le sue stanze di fanciulla, e siederò in lacrime, sola, a piangere per lei, sempre? “Ti ha assassinato, figlia mia, il padre che ti ha generato, sgozzandoti con le sue stesse mani, non un altro, con mano estranea”. Te ne andrai lasciando nella tua casa un simile peso di odio? Basterà un piccolo pretesto, perché io e le tue figlie superstiti ti accogliamo , al tuo ritorno, come meriti. No, dunque, in nome degli dei, non costringermi a diventarti nemica e perfida nei tuoi confronti, e non diventarlo tu nei miei. Ebbene … sacrificherai tua figlia: dopo, quali preghiere potrai rivolgere agli dei? Quale bene potrai invocare per te stesso, se sgozzi tua figlia? Un ritorno funesto, dato che te ne vai dopo avere commesso un turpe crimine! E per me, sarebbe giusto augurarti qualche bene? Non giudicheremmo  sciocchi gli dei, se da loro invocassimo il bene per gli assassini? E poi, tornando ad Argo, ti precipiterai ad abbracciare i tuoi figli? No, non ti sarebbe lecito. Chi di loro potrà anche solo guardarti in faccia ? E a quale scopo? Affinché tu, mentre l’abbracci, possa ucciderlo? Ti sono venute in mente queste considerazioni, o ti importa solo di avere lo scettro del potere e di comandare un esercito?</p>
<p><strong>L. Una delle caratteristiche più inquietanti delle donne è – agli occhi dell’uomo greco – la loro σοφία, il loro sapere. Sono molto più tranquillizzanti, come dice Ippolito, le “ donne da nulla, innocue nelle loro stupidità”. Ma le donne intelligenti e “colte” sono pericolose. Perché la loro cultura è fatta spesso di  un sapere antico, trasmesso di madre in figlia, da donna a donna. Un sapere che riguarda le virtù delle erbe, i rimedi naturali, la conoscenza e la cura del corpo ( v. Medea)….nulla a che vedere con la cultura ufficiale, che è appannaggio dei maschi. Anche il modo di conoscere delle donne è diverso dal λόγος , dal raziocinio dei filosofi. Non che le donne siano irrazionali o incapaci di seguire una logica rigorosa ( le eroine euripidee  spesso formulano discorsi e pensieri costruiti con l’abilità dei sofisti del V secolo)…ma  la loro conoscenza si fonda a volte sull’intuito, sulla capacità di percezione di una realtà più profonda, su un dono divino. E’ un sapere che Sofocle definisce  φρονει̃ν  ( sapienza), in contrapposizione alla conoscenza tradizionale, fondata sulla ragione. Quest’ultima è spesso destinata al fallimento ( v. il caso di Edipo…) Ma il φρονει̃̃ν non può fallire, perché nasce da ispirazione divina: è la sapienza dei profeti, come Tiresia o come Cassandra, sapienza che consente    a chi la possiede di affrontare la tracotanza dei potenti o l’orgoglio dei vincitori, anche se non costituisce una difesa, bensì, a volte, un dono tremendo,fonte di dolore. E’ il caso di Cassandra, la profetessa figlia di Priamo, la quale, condotta, schiava, nella reggia di Agamennone, <em>vede</em>  l’orrendo passato  di quella casa macchiata di sangue, e prevede la morte del re e la sua stessa morte.</strong></p>
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<p>Da Eschilo, Agamennone, vv. 1072  e seguenti   ( 1 D, 1 U )</p>
<p>Cassandra   Otototoi, ahimè! O Terra, o Apollo, Apollo, dio che hai segnato la mia via, mio distruttore, mi hai annientata per la seconda volta! Dove mi hai condotta? A quale tetto?</p>
<p>Corifeo  A quello degli Atridi: se non lo sai te lo dico io, e dico il vero.</p>
<p>Cassandra  Dunque, a un tetto empio, che è in odio agli dei, un tetto testimone di  innumerevoli delitti tra consanguinei, macello di uomini, suolo che stilla sangue. Questo  tetto, non lo abbandona mai  un coro concorde ma infausto: ed ecco, dopo avere bevuto sangue umano  rimane nella casa la schiera   delle Erinni domestiche, ebbra, difficile da scacciare via. Hanno stabilito qui la loro dimora e cantano l’inno della cieca colpa originaria. A turno sputano, con orrore, nemiche a colui che calpestò il letto del fratello.</p>
<p>Corifeo  Provo stupore che tu, cresciuta al di là del mare, in una città straniera , di lingua differente, abbia colto nel segno, parlando come se fossi stata qui presente!</p>
<p>Cassandra  Ahi sventura!  Vedete questi fanciulli seduti nella casa, simili ad immagini di sogni? Bimbi uccisi per mano dei loro consanguinei, hanno le mani piene di carni, le loro proprie carni fatte cibo che il padre ha gustato! Io sento il loro pianto!</p>
<p>Corifeo  Già sapevamo della tua fama profetica. Ma qui non siamo in cerca di profeti.</p>
<p>Cassandra  Ahi ahimè, che cosa sta tramando? Perché questo nuovo lutto? Una grande, grande  calamità costei ordisce in  questa casa, sventura intollerabile agli amici, irrimediabile; e la difesa è lontana.  Ah, sciagurata, questo dunque farai?  Il tuo sposo, il compagno del tuo letto, mentre lo detergi con lavacri …. come potrò rivelare la fine?  Essa già incombe …  già lei stende la mano, pronta ad avventare colpi su colpi … egli cade nella vasca piena di acqua! Di un bagno che è insidia mortale io ti rivelo la sorte.</p>
<p>Corifeo   Non potrei vantarmi di essere un  esperto  di vaticini, ma queste parole mi sembrano presagio di sventura.</p>
<p>Cassandra Ahimè, quale infausto destino si abbatte su me! Dio, perché mi hai condotta qui, me infelice? Perché io morissi insieme a lui?</p>
<p>Corifeo Tu  sei in delirio, e su te stessa canti una canzone funebre, come il canoro usignolo che piange la sua vita carica di sventure!</p>
<p>Cassandra Del melodioso usignolo è felice la sorte: gli dei lo rivestirono di un corpo alato e gli diedero una vita dolce, lontana dal pianto. Me, invece, attende il colpo  di una scure a doppio taglio …. Ma perché, dunque, porto ancora scettro e bende profetiche intorno al collo, quasi a scherno di me stessa? Andate in malora! Arricchite un’altra, in mia vece, con i vostri doni di morte! Ecco, Apollo medesimo, il profeta che ha fatto di me una profetessa, mi ha condotta a questo destino … ma non morirò invendicata: verrà un giorno un altro a vendicarmi, il figlio matricida punitore dell’assassinio del padre; esule, errabondo, bandito da questa terra, tornerà per porre il colmo alle sciagure dei suoi familiari. Ma perché mai io indugio qui a lamentarmi? Io ho già visto  la mia città, Ilio, subire il destino che ha subito; e ho visto capovolgersi, per volere divino, la sorte dei suoi conquistatori. Andrò dunque ad affrontare il mio destino.  Le porte dell’Ade sono queste che io saluto.</p>
<p>Corifeo Donna sventurata e sapiente, se davvero conosci la tua sorte, perché, alla maniera di una vittima sacrificale, di tua volontà ti avvii verso l’altare?</p>
<p>Cassandra Non c’è via di scampo, stranieri, il tempo è scaduto. E’ arrivato il mio giorno e a poco mi gioverebbe la fuga. <em>( Si  avvia verso la reggia, ma subito si ritrae inorridita)</em> Ahi, ahimè!</p>
<p>Corifeo  Perché così ti lamenti? Forse per un senso di ribrezzo?</p>
<p>Cassandra  La casa soffia strage, stilla sangue.</p>
<p>Corifeo  Come?  Questo è odore di offerte che bruciano sugli altari.</p>
<p>Cassandra E’ un fetore simile a quello che emana da una tomba. Ma io vado. Basta con la vita!</p>
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<p><strong>Ma la tragedia greca non ci presenta solo donne ribelli e perciò “cattive”. Molte eroine – euripidee, soprattutto – sono donne “esemplari”, almeno dal punto di vista maschile ( dei Greci antichi, s’intende …) E’ il caso di Alcesti, che accetta di morire al posto del marito, o  di Macaria, che muore volontariamente per salvare la sua patria dall’invasione nemica, o di Ifigenia, che decide di sacrificarsi per consentire alle navi achee una fausta partenza per la guerra di Troia : per affermarsi, per “esistere” – almeno agli occhi di coloro che amano – non hanno altra scelta che l’autodistruzione.</strong></p>
<p><strong>Euripide, Ifigenia in Aulide vv. 1368-1400 ( D )</strong></p>
<p>Ifigenia: Madre, ascoltate le mie riflessioni! Inutilmente ti vedo adirata contro tuo marito: ma non è facile per noi opporci all’impossibile. Per quanto riguarda lo straniero, è giusto ringraziarlo per la sua disponibilità: ma bisogna che tu prenda in considerazione anche questo, che non sia screditato davanti all’esercito. Noi non ne trarremmo alcun vantaggio ed egli potrebbe invece incorrere in qualche sventura. Senti piuttosto ciò che , dopo lunga riflessione, mi è venuto in mente. Ho deciso di morire: voglio farlo con nobiltà, respingendo ogni sospetto di viltà. Rifletti insieme a me, madre, e vedrai che ho ragione: a me ora rivolge lo sguardo tutta quanta la Grecia, e da me dipendono la partenza delle navi e la sconfitta dei Frigi; perché non si permetta più ai barbari – qualora ne abbiano ancora la velleità -di rapire, in futuro, le donne dalla felice Ellade, e si faccia loro pagare il fio del rapimento di Elena. Tutto questo io potrò garantire, morendo, e guadagnerò la gloria di avere salvato la Grecia. Perciò non devo amare troppo la vita: per il bene comune di tutti i Greci  mi hai generato, non per me sola. Migliaia di uomini armati di scudi, migliaia di marinai che già impugnano i remi, poiché la patria è stata oltraggiata, avranno il coraggio di combattere con i nemici e di morire per la Grecia … e la mia  vita, la vita di una sola persona dovrebbe impedire tutto ciò? Ne avrei il diritto? Quale ragione avrei da opporre? E poi passiamo a un’altra questione: non è giusto che costui  scenda in guerra con tutti gli Argivi, né che muoia a causa di una  donna. E’ preferibile che veda la luce un solo uomo, piuttosto che mille donne. E se Artemide vuole prendere il mio corpo, io, essere mortale, potrò impedirlo a una dea? No, non è possibile: io dò il mio corpo all’Ellade. Sacrificatelo, distruggete Troia. Questo sarà il mio monumento funebre che vivrà a lungo, questi i miei figli, e le mie nozze e la mia gloria. E’ naturale, madre, che i Greci comandino sui barbari, e non i barbari sui Greci: quelli sono schiavi, questi sono uomini liberi.</p>
<p><strong>Ma anche quando si comportano da mogli devote e indulgenti di fronte all’infedeltà del coniuge – come Deianira, protagonista de Le Trachinie di Sofocle – le loro azioni sortiscono effetti catastrofici.</strong></p>
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<p><strong>Deianira vuole riconquistare   l’amore di suo marito, Eracle, che si è invaghito della giovanissima Iole, e gli regala una tunica imbevuta di  quello che lei crede un filtro d’amore. Si tratta, invece, di un potente veleno, che provoca la morte atroce dell’eroe. Alla sfortunata e mite eroina –  Deianira è una sorta di anti-Medea – non rimane, infine, che il suicidio.</strong></p>
<p><strong>Sofocle, Trachinie, sintesi dei seguenti brani: vv.1-48; 436- 467; 531- 585; 663- 722   (1 D)</strong></p>
<p><strong>Deianira:</strong> C’è un proverbio, da tempo immemorabile diffuso tra gli uomini: non si può giudicare felice o triste la vita di un essere umano, se non quando essa si sia già conclusa. Io, invece, anche prima di scendere nell’Ade, so perfettamente di avere vissuto, e di continuare a vivere, una vita infelice e piena d’angoscia: quando abitavo ancora nella casa di mio padre, le mie nozze furono per me motivo di ansia e di paura: i miei pretendenti erano mostri terrificanti. E io, disperata, mi auguravo di morire. Infine, con mia grande gioia, venne lui, l’eroe, il glorioso figlio di Zeus e di Alcmena. Si è battuto per me, mi ho salvata. In che modo si sia svolta la lotta, non saprei dirlo. Non lo so. Io, infatti, ero paralizzata dal terrore che la mia bellezza diventasse causa della mia rovina. Alla fine, per volere di Zeus, lo scontro ebbe un esito felice, se di felicità si può parlare. Sì, divenni la sposa di Eracle. Generammo dei figli. Ma egli è come un agricoltore che ha acquistato un campo fuorimano, e va a vederlo solo quando semina e quando raccoglie. Questo è il suo destino: tornare a casa per ripartire subito, senza sosta, al servizio di un altro. E io mi struggo nell’ansia e nella tristezza.</p>
<p><strong>L. Finalmente Deianira riceve la “lieta” notizia: Eracle sta per tornare, dopo avere conquistato una città, Ecalia, a causa dell’ardente passione suscitata in lui da  Iole, la figlia del re sconfitto. Torna carico di un ricco bottino e di numerosi prigionieri, tra i quali si trova la ragazza bramata. Quando apprende la verità, Deianira, sebbene sconvolta, reagisce con mitezza:</strong></p>
<p><strong>Deianira:</strong>No, per il tonante Zeus, non nascondermi la verità! Non ti rivolgerai a una donna vendicativa, che non conosce il comportamento degli uomini: essi, per natura, non riescono ad accontentarsi sempre di ciò che hanno a disposizione; e sarebbe stolto combattere contro Eros, che domina persino sugli dei. Sarei pazza, se rimproverassi mio marito, o questa ragazza, che è partecipe di  qualcosa che non è vergognoso  per lei, né offensivo per me. Eracle si è unito con moltissime altre donne, e mai, nessuna di loro ha ricevuto da me una parola cattiva né un insulto. E nemmeno costei, neanche se Eracle si consumasse d’amore per lei. Io l’ho vista e ne ho provato grandissima pietà: la sua bellezza le ha distrutto la vita. Senza volerlo ha provocato la rovina e la devastazione della sua patria. Ma il flusso degli eventi segua pure il suo corso.</p>
<p><strong>L. Malgrado i suoi propositi di paziente rassegnazione, Deianira  soffre atrocemente e si tortura, nel tentativo di trovare un espediente che le permetta i riconquistare l’amore del marito infedele:</strong></p>
<p>Deianira: Ho accolto in casa una vergine – no, non lo è più, credo – come un marinaio prende sulla sua nave un carico funesto, mercanzia mortale per il mio cuore. E ora saremo in due ad attendere sotto la stessa coperta l’amplesso di Eracle. Questo è il contraccambio che Eracle, colui che da me era chiamato sposo buono e fedele, mi rende in cambio della mia lunga attesa. Io non riesco ad adirarmi con lui, che troppo spesso si ammala di questa malattia; ma convivere con un’altra, condividendo il letto coniugale, quale donna lo sopporterebbe? Vedo in lei risplendere la giovinezza, che in me sta ormai sfiorendo. Gli occhi maschili amano cogliere il fiore dell’età giovanile, ma rifuggono da una bellezza che volge al tramonto. Ecco dunque che cosa temo: che Eracle sia mio sposo solo di nome, ma che in realtà sia marito di costei, che è più giovane.</p>
<p><strong>L. Ma Deianira, moglie devota e sottomessa, donna mite e piena di umanità, non ha in mente propositi vendicativi e sanguinari …</strong></p>
<p>Deianira: Io non vorrei mai conoscere né apprendere perfide audacie, anzi detesto le donne che osano attuarle. Vorrei solo prevalere su questa giovane con filtri e incantesimi per riconquistare l’amore di Eracle.</p>
<p><strong>L. Il presunto filtro d’amore di cui Deianira dispone è il sangue del centauro Nesso, che era stato trafitto e ucciso da Eracle, molti anni prima, perché aveva tentato di abusare di Deianira mentre la traghettava attraverso un fiume vorticoso. In punto di morte, il centauro aveva convinto la giovane a raccogliere e conservare il suo sangue che – a suo dire – era un potente talismano d’amore. In perfetta buona fede, la donna vi fa ricorso: ma l’esito del suo tentativo è catastrofico. Troppo tardi la poveretta si accorge dell’inganno:</strong></p>
<p><strong>Deianira:</strong> Poco fa, nel segreto della mia casa, ho unto la tunica con un bioccolo di lana e l’ho riposta, ben piegata, all’interno di uno scrigno, al riparo dal sole: è il mio dono per Eracle … ed ecco, rientrando in casa, osservo un fatto incomprensibile per una mente umana. Casualmente, avevo gettato il bioccolo con il quale avevo unto la tunica in  un luogo esposto ai raggi del sole. Ed esso, non appena ne fu riscaldato, si disgregò tutto e divenne polvere, in tutto simile alla segatura che puoi vedere quando si taglia il legno. E dalla terra, dove giaceva, ribolliva una schiuma a grumi, come quando si versa al suolo, dalla vite di Bacco, il denso succo del  grappolo glauco. E io sventurata non so che cosa pensare: mi accorgo di avere compiuto un’azione tremenda, Perché mai  quell’essere ferino, morendo, avrebbe dovuto provare benevolenza verso di me, che ero causa della sua morte? No, non è possibile; ma, volendo annientare chi l’aveva colpito, ha ingannato me: troppo tardi, quando non c’è più rimedio, me ne rendo conto. Io sola, dunque, io disgraziata – se le mie congetture sono vere – sarò responsabile della sua morte. Comunque, ho deciso: se egli morirà, morirò anch’io insieme a lui: vivere nel disonore è intollerabile, per chi tiene soprattutto al suo buon nome.</p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong>Lettore: Insomma, sembra di poter concludere, in una società che discrimina così pesantemente le donne, non occorre che una moglie tradita sia una maga crudele e vendicativa come Medea per provocare l’altrui e la propria rovina. Anche la più mite e animata dalle migliori intenzioni può diventare causa di una catastrofe. Può reggersi uno stato fondato sull’emarginazione e sulla disuguaglianza? O non finisce piuttosto, inevitabilmente, per auto-distruggersi? La democrazia ateniese è stato un esperimento unico nella storia dell’antichità, per molti aspetti mirabile. Ma non perfetto. I tragici ne analizzano con estrema lucidità i limiti e le contraddizioni, ne evidenziano i problemi. Uno dei problemi più rilevanti è, appunto, il rapporto tra le donne e la polis, cioè lo stato. Alla donna, nell’antica Grecia, è precluso lo spazio esterno, l’agorà, il mondo della politica, della guerra, degli affari. La donna è relegata nello spazio chiuso della casa. L’amore, gli affetti familiari costituiscono il suo orizzonte interiore. Forse, però, proprio per questa sua esclusione dalla sfera pubblica, a volte la donna si fa portavoce di istanze più profonde e universali, quelle che Sofocle definisce “ le leggi non scritte”, la cui violazione non comporta sanzioni penali, bensì disonore, disapprovazione unanime e, a lungo andare, rovina. Ne è un esempio Antigone di Sofocle, che sfida il divieto dello stratego Creonte per dare sepoltura al fratello- traditore della patria.</strong></p>
<p><strong>Sofocle, Antigone, vv. 441-526  ( 1 U, 1 D + corifeo o corifea)</strong></p>
<p>Creonte: A te  parlo, che a terra chini il viso.</p>
<p>Ammetti o neghi: hai tu commesso il fatto?</p>
<p>Antigone: Ammetto: l’ho commesso e non lo nego.</p>
<p>Creonte: Su, dimmi in breve, ed in poche parole:</p>
<p>sapevi tu che era proibito donare sepoltura a quel cadavere?</p>
<p>Antigone: Sì, lo sapevo. Come avrei potuto</p>
<p>ignorarlo?  Il tuo bando è di pubblico dominio.</p>
<p>Creonte : e nonostante questo, tu hai  osato</p>
<p>calpestare le leggi, le mie leggi?</p>
<p>Antigone: Ma non è stato Zeus a proclamarle,</p>
<p>né la Giustizia  che abita sotterra</p>
<p>ha imposto mai simili leggi agli uomini.</p>
<p>Né io credevo che i tuoi editti avessero</p>
<p>tanta forza da spingere un mortale</p>
<p>a violare le leggi degli dei</p>
<p>immutabili, sacre, che da sempre</p>
<p>– non da oggi o da ieri – eterne vigono</p>
<p>e nessuno saprebbe dir da quanto</p>
<p>siano in vigore, né in che tempo apparvero.</p>
<p>Io non potevo certo, per timore</p>
<p>della tua tracotanza – sei un mortale! –</p>
<p>verso gli dei rendermi colpevole:</p>
<p>sapevo, certo, di dover morire</p>
<p>anche senza il tuo bando – come no?-</p>
<p>Morir  prima del tempo stabilito</p>
<p>è un guadagno per me: quando si  vive</p>
<p>tra le sventure, come me,  la morte</p>
<p>non è forse un guadagno?</p>
<p>Né un simile destino</p>
<p>è un dolore, per me. Ma se insepolto</p>
<p>io avessi lasciato mio fratello,</p>
<p>nato da quella che mi ha generato,</p>
<p>di questo sì mi addolorerei;</p>
<p>non soffro certo per le tue minacce.</p>
<p>E se per caso ora ti sembro folle,</p>
<p>forse un pazzo mi accusa di follia.</p>
<p>Corifeo: L’indole cruda di questa fanciulla</p>
<p>figlia di un padre crudo la rivela:</p>
<p>è incapace di cedere ai suoi mali.</p>
<p>Creonte: Ma sappi che i caratteri orgogliosi</p>
<p>assai spesso più degli altri crollano</p>
<p>e che , cotto e temprato dalla fiamma,</p>
<p>puoi vedere spezzato ed in frantumi</p>
<p>anche il ferro più rigido; e so bene</p>
<p>che anche i cavalli più focosi, spesso,</p>
<p>con un piccolo morso son domati:</p>
<p>perché non è possibile che sia</p>
<p>troppo superbo chi è soggetto ad altri.</p>
<p>Costei, allora, era ben consapevole</p>
<p>di commettere un gesto tracotante</p>
<p>calpestando le leggi  stabilite.</p>
<p>E poi, dopo la prima trasgressione,</p>
<p>ecco in aggiunta la seconda colpa:</p>
<p>l’orgoglio di vantarsene e gioirne.</p>
<p>Ma se resta impunita la sua audacia</p>
<p>io non sono più un uomo. L’uomo è lei.</p>
<p>Ma sia pur figlia di una mia sorella,</p>
<p>ed a me consanguinea anche più stretta</p>
<p>di Zeus, della mia stirpe protettore,</p>
<p>non potrà mai sfuggire alla condanna</p>
<p>più grave, né lei né sua sorella,</p>
<p>complice,certo, del seppellimento.</p>
<p>Chiamatela: l’ho vista smaniare</p>
<p>là fuori, poco fa, non più padrona</p>
<p>di se stessa. Ma chi trama nell’ombra</p>
<p>azioni delittuose, prima o poi</p>
<p>si smaschera da sé, è inevitabile.</p>
<p>Ma io odio soprattutto chi,</p>
<p>colto in flagranza di reato, osa</p>
<p>addirittura gloriarsi della colpa.</p>
<p>Antigone: Sono nelle tue mani. Vuoi qualcosa</p>
<p>di più che darmi morte?</p>
<p>Creonte: No, mi basta questo.</p>
<p>Antigone: Perché indugi allora?</p>
<p>A me nessuna delle tue parole</p>
<p>riesce gradita, né giammai lo possa;</p>
<p>e così pure a te sono sgradite</p>
<p>le mie parole, per natura. Certo,</p>
<p>che cosa mai poteva darmi</p>
<p>maggior gloria che porre nella tomba</p>
<p>il mio caro fratello? Anche costoro</p>
<p>mi approverebbero, se il timore a tutti</p>
<p>non serrasse la lingua.</p>
<p>Ma, fra gli altri vantaggi, la tirannide</p>
<p>anche questo possiede, che le è lecito</p>
<p>parlare e agire come vuole.</p>
<p>Creonte: Tu sola pensi questo, tra i Cadmei.</p>
<p>Antigone: Anche loro lo pensano, ma tacciono,</p>
<p>per timore  e riguardo verso te.</p>
<p>Creonte: E tu non ti vergogni di esser l’unica</p>
<p>a pensarla così, sola tra tutti?</p>
<p>Antigone: Non è  vergogna, no,  rendere  onore,</p>
<p>come è giusto, a chi è nato dalle stesse viscere.</p>
<p>Creonte: Non era, dunque, tuo fratello, l’altro</p>
<p>che è morto combattendo contro lui?</p>
<p>Antigone : Fratello, nato dalla stessa madre</p>
<p>e dal padre medesimo.</p>
<p>Creonte: Perché, dunque, rendi all’uno un onore empio per l’altro?</p>
<p>Antigone: No, non ti approverebbe il morto Eteocle.</p>
<p>Creonte: Sì, se gli rendi onore in modo uguale</p>
<p>a colui che ha tradito la sua terra.</p>
<p>Antigone: Non uno schiavo,  mio fratello è morto!</p>
<p>Creonte: … devastando la patria. L’altro, invece, lottando in sua difesa.</p>
<p>Antigone: Eppure riti uguali esige l’Ade.</p>
<p>Creonte: Ma  nell’ottenerli  il virtuoso non è pari all’empio.</p>
<p>Antigone: Chissà se anche laggiù sono in vigore questi principi.</p>
<p>Creonte: No di certo, nemmeno quando muore</p>
<p>il nemico può diventare amico.</p>
<p>Antigone: Non per odiare, per amare io nacqui.</p>
<p>Creonte: Dunque, se devi amare, va’ ad amare i morti, sotto terra : finché vivo</p>
<p>non sarà mai una donna a comandare.</p>
<p><strong>L. Creonte non è un malvagio (se lo fosse, non ci sarebbe tragedia): è un uomo che ha assolutizzato la “ragion di stato” e ignora tutto il resto, non solo le “leggi non scritte”, ma gli affetti familiari, i legami di sangue, i sentimenti del figlio. Questa sua unilateralità lo porterà all’annientamento: continuerà a vivere, ma, privato di quegli affetti troppo a lungo sottovalutati, sarà ridotto a un “nulla”. Se la coscienza morale di una giovane donna evidenzia i limiti della “ragion politica” e ridimensiona l’importanza dello stato, quello che viene totalmente smantellato è uno dei miti più cari all’uomo antico: il mito della gloria guerriera. Nelle tragedie euripidee la guerra viene presentata in tutta la sua disumana brutalità, negli effetti devastanti che provoca nelle sue vittime principali, che sono le donne, i bambini, gli anziani.</strong></p>
<p><strong>Questo è il lamento della vecchia Ecuba sul cadavere di Astianatte,il suo nipotino ucciso dagli Achei vincitori che non potevano consentire al piccolo di diventare, un giorno, un uomo valoroso come suo padre Ettore.</strong></p>
<p><strong>Euripide, Le Troiane, vv. 1156-1250</strong></p>
<p><strong>Ecuba: </strong> Deponete a terra lo scudo rotondo di Ettore, vista dolorosa e tremenda ai miei occhi.</p>
<p>Achei, che avete le lance più grandi  del senno e ne andate fieri, perché mai, per paura di questo bimbo, avete compiuto un delitto inaudito? Temevate forse che egli, un giorno, potesse ricostruire Troia, che è stata abbattuta? Non poté salvarla Ettore, quando era vivo e vinceva in battaglia, né un’altra infinita schiera: siamo caduti,  la città è stata presa e i Frigi sterminati. E voi avevate paura di questo bambino! Trovo assurdo il timore, quando è dettato da impulsi irrazionali.</p>
<p>Bimbo amatissimo, quale morte orribile ti ha colto! Se almeno tu fossi caduto in difesa della patria, dopo avere gustato la giovinezza, e le nozze e il potere regale, che rende gli uomini simili agli dei, saresti stato felice, se vi è felicità in questo. Ora invece, dopo avere appena intravisto , nella tua breve vita, o figlio, quei beni che avevi a disposizione, non li hai conosciuti né hai potuto goderne. Sventurato, come miseramente le mura patrie, le torri opera di Febo, ti rasarono via dal capo i riccioli, che tua madre spesso pettinava e copriva di baci: e ora da lì, dalle ossa spezzate, zampilla gorgogliando il sangue,  per non dire cose orrende.  <strong> </strong>Piccole mani, dolcemente simili alle mani paterne, giacete davanti a me disarticolate e languide. Cara bocca, che pronunciavi  molte infantili vanterie, sei  muta, ora, e hai mentito, quando, gettandoti sul mio letto,  -Nonna- dicevi, -in tuo onore mi taglierò una grande ciocca di riccioli, e alla tua tomba guiderò la schiera dei miei coetanei, rivolgendoti affettuose parole di saluto. Non sei tu a seppellire me, ma io te, io</p>
<p>vecchia, senza più patria, senza più figli, seppellisco il tuo povero corpo di bambino. Addio, carezze infinite, mie tenere cure, e quei tuoi sonni tranquilli … tutto è finito. Che cosa potrà scrivere un giorno un poeta sulla tua tomba? “ Questo bambino l’hanno ucciso gli Argivi per paura”? Che iscrizione infamante, per la Grecia! Ma, dato che non hai potuto raccogliere l’eredità paterna, avrai almeno il suo scudo di bronzo come giaciglio nella tomba. O scudo, che proteggevi il bel braccio di Ettore, hai perduto il tuo valoroso custode. Come  dolcemente, Ettore amato, nell’imbracciatura è rimasta la tua impronta, e, sul suo orlo ben tornito le tracce del tuo sudore, che dalla fronte, spesso, affaticato, lasciavi gocciolare appoggiandoti ad esso con il mento. Portate qualche ornamento per lo sventurato bimbo morto, tra il poco che ancora ci rimane: il destino non ci consente di celebrare esequie fastose. Accetta quello che ho. Tra i mortali è stolto chi credendo di essere felice gioisce della sua condizione come di un bene sicuro: la sorte capricciosa, come un uomo folle, salta ora qua ora là, e mai lo stesso uomo gode sempre di buona fortuna.</p>
<p><strong>L. Le donne sono irriducibili nemiche della guerra. Poco sensibili alla retorica militaresca, esse escogitano l’unico mezzo efficace di lotta contro le smanie belliche dei loro uomini: lo sciopero del sesso. Piegati dalla forzata astinenza, Ateniesi e Spartani alla fine sono costretti a cedere.</strong></p>
<p><strong>(3 U, 1D più una comparsa, la Pace, che dovrebbe essere rappresentata da una bella ragazza nuda)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ARISTOFANE                  Lisistrata, vv.1072-1188</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Corifeo    O allora gli arrivano gli ambasciatori di Sparta: e l’ avanzano trascinando la loro lunga barba, con una specie di gabbia da porcelli intorno alle hosce. O Spartani, prima di tutto, salve! O diteci in quali condizioni vu’ giungete hostì.</p>
<p>Spartano    Ma cchi  v’haiu a spiegari? CChi siti  orbi? No  viditi  comu semu arriddutti?</p>
<p>Corifeo    Ohi , ohi! O cos’è hodesta  malattia che provoha una tremenda irritazione della fava  e la peggiora sempre di più?</p>
<p>Spartano    E’ ‘na cosa ‘ndescrivibili!  Cchi vi pozzu diri?  A qualunqui  prezzu, comu egghiè, quarcunu   na fari fari  paci.</p>
<p>Corifeo   O vedo anche persone del mi paese: e li portano abiti succinti, come lottatori. E’ pare che abbiano  una malattia  da atleti.</p>
<p>Ateniese    Vu sapete dov’è la Lisistrata?  Noi omini, ecco come  s’  è ridotti.</p>
<p>Corifeo   Anche questa malattia è uguale a quell’altra. All’alba non vi prendono le honvulsioni?</p>
<p>Ateniese   Per  la maremma, siamo tutti distrutti!  E se qualcuno non  ci rihoncilia subito subito … ‘un c’è niente da fare: la  vi diho che si va tutti a trombare Clistene!</p>
<p>Corifeo    Se non siete grulli, o rimettetevi il mantello, perché  non vi veda qualhuno di quei  bischeri  che si divertono a mutilare le statue del dio Ermes…</p>
<p>Ateniese O tu dici bene allora!</p>
<p>Spartano    Minchia, veru è! Cummigghiamini subitu!</p>
<p>Ateniese    Salve, Spartani! O che dobbiamo subire  un male vergognoso?</p>
<p>Spartano   (ai suoi ) Amici,  ni casca la facci ‘n terra pa vergogna, si  nni vidunu ‘nti sti condizzioni.</p>
<p>Ateniese    Allora, Spartani! Perché vu’ sete hostì?</p>
<p>Spartano    Vinemu comu ambasciatori ppi negoziari la paci.</p>
<p>Ateniese    Vu dite bene, anche noi. O allora ‘hiamiamo la  Lisistrata, che gli è l’uniha in grado di rihonciliarci.  Ma, a quanto pare, non c’ è bisogno che la ‘hiamiamo. Lei stessa, appena la ci ha sentiti, la sta venendo hostì.</p>
<p>Corifeo  O salute a te, o donna che tu sei la più forte tra tutte. Ora bisogna che tu sia terribile e mite, buona e hattiva, autorevole e amabile, riccha di esperienza: poiché i primi tra i Greci, vinti dalla tua magia, ti cedono il posto e honhordemente rimettono a te tutte le questioni.</p>
<p>Lisistrata   Non gli è un hompito difficile, purchè uno tratti con gente  vogliosa di fare l’amore anziché la guerra. Lo saprò presto. Dov’è la Pace?  <em>( Appare la Pace, sotto l’aspetto di una bella ragazza nuda)</em>  Va’ a prendere prima gli Spartani, e portali hostì, ma non hon mano dura e orgogliosa né home, stupidamente, hanno fatto i nostri uomini, ma home naturalmente si addice a noi donne, hon garbo e gentilezza. E se non ti danno la mano, afferrali per l’uccello. Va’ poi e porta hostì anche hodesti Ateniesi, e honducili hostì prendendoli … per quella parte che ti presentano. Spartani, state acchanto a me, e voi da quest’altro lato, e intendete le mi  parole. Io sono una donna, ma ho senno. Personalmente non sono messa male, in quanto a intelligenza, e poi, avendo ascoltato molti discorsi di mio padre e degli anziani, non sono male istruita. Dopo avervi hostì radunati, vi voglio rimproverare pubblihamente e hon giustizia: voi, home parenti, attingete acqua da uno stesso hatino e aspergete gli stessi altari, a Olimpia, a Pilo,  a Delfi – quanti altri ne potrei citare, se volessi dilungarmi! – e, mentre i nemici inhombono minacciosi con il loro esercito barbaro, distruggete vite umane e città di Grecia!  Qui si honclude il primo argomento del mio discorso.</p>
<p>Ateniese  <em>( guardando la Pace)</em> … e io mi sto morendo dalla voglia e dall’eccitazione!</p>
<p>Lisistrata  In quanto a voi, Spartani – ora la mi rivolgerò a voi – vu non sapete che una volta il vostro honcittadino Periclide l’è venuto qui, supplice, a sedersi sui nostri altari, tutto pallido nel suo mantello rosso, a chiedere un esercito che lo aiutasse? A quel tempo inhombevano su di voi  la guerra messeniha e i terremoti. E Cimone venne in vostro socchorso con 4000 opliti  e salvò Sparta. E voi, pur avendo ricevuto hodesto beneficio dagli Ateniesi, devastate la terra di chi vi ha aiutato?</p>
<p>Ateniese Hommettono ingiustizia hostoro, per la maremma!</p>
<p>Spartano  U tortu è nostru,ma … <em>(guardando la Pace) </em>ddu culu, non si può diri quant’ è beddu!</p>
<p>Lisistrata O vu pensate forse  che io  prosciolga da ogni accusa voi Ateniesi? Non vu vi  rihordate che gli Spartani, a loro volta, quando voi portavate abiti servili, vennero in armi  e fecero strage di Tessali e dei seguaci e alleati del tiranno Ippia? O non hombatterono insieme a voi, quel giorno, essi soli ? O non vi liberarono e vi fecero indossare di nuovo il mantello degli uomini liberi?</p>
<p>Spartano  <em>( sempre guardando la Pace)</em> N’ haiu visto mai  na fimmina cchiù … bona.</p>
<p>Ateniese  Una topa più bella … ti diho che non l’ho mai vista.</p>
<p>Lisistrata Perché,  dunque, dopo tanti benefici reciproci, hontinuate a hombattere tra voi? L’è una vergogna! Perché non vu vi riappacifihate? Che hosa ve lo impedisce?</p>
<p>Spartano <em>( con gli occhi sempre rivolti alla Pace) </em>Nuatri semu d’accordu, bbasta ca ni tornunu … dda cosa cosa tunna …</p>
<p>Lisistrata   O tu dimmelo: quale, haro?</p>
<p>Spartano Dda purticedda … Pilo. Havi ‘nsacco di tempu  ca ciavemu disidderiu di &#8230; trasici..</p>
<p>Ateniese O per Poseidon,vu non lo farete|</p>
<p>Lisistrata  O vellino, lasciatelo a loro!</p>
<p>Ateniese  E noi allora, chi si  va a trombare?</p>
<p>Lisistrata   E  vu chiedete un’altra regione in hambio di questa.</p>
<p>Ateniese <em>(sempre guardando la Pace) </em>Quella, allora, vi diho, restituiteci quella per prima hosa … la ricciolina, cioè Echinunte, e il seno Maliaho … lì dietro, e le gambe di Megara, e l’isola di Skopelos.</p>
<p>Spartano Ma cchi siti pazzi? Ca quali, amicu miu, tu po’ scurdari.</p>
<p>Lisistrata O vien via, lascia perdere, tu vuo’ litigare per un par de gambe?</p>
<p>Ateniese O tu non lo vedi che già son nudo e voglio mettermi a lavorare la terra?</p>
<p>Spartano  E macari iu vogghiu cuncimari u tirrenu  di capu i matina!</p>
<p>Lisistrata  Quando vu avrete smesso di  litihare, vu lo potrete fare. Ma se vu  avete questa intenzione, deliberate e andate a homuniharlo agli alleati.</p>
<p>Ateniese Ohi che tu dici!  Ma che alleati, mia cara? Un tu lo vedi? Noi ce l’abbiamo ritto. Tutti gli alleati  saranno pienamente d’accordo hon noi su questo punto: trombare.</p>
<p>Spartano Sicuru, macari i nostri, ppi tutti gli dei!</p>
<p>Lisistrata Vu dite bene. Ora purifihatevi, perché noi donne vi si possa ricevere sull’ Acropoli  con quel che abbiamo … nelle ceste. Là vi scambierete reciprohamente giuramenti e haranzie di fedeltà. Dopo, ciascuno di voi potrà riprendere la propria donna e andarsene. Su, presto! Mi so’ lasciata intendere?</p>
<p>Spartano Portimi unni voi.</p>
<p>Ateniese Sì, il più presto possibile, per Zeus!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La traduzione di tutti i brani è mia. Per quanto riguarda Aristofane, dato che gli Ateniesi si esprimono in attico, e gli Spartani rigorosamente in dorico, per rendere l’idea ho ritenuto opportuno tradurre il primo in dialetto fiorentino       ( padre nobile della lingua italiana, come l’attico lo è del greco) e il secondo in siciliano, in quanto dialetto più “meridionale” e ugualmente nobile, e chissà, forse,  in qualche modo influenzato dal dorico, che nell’antica Sicilia greca era molto diffuso. Per la “risciacquatura dei panni in Arno” mi sono avvalsa della preziosa collaborazione di Rocco Burtone,  di professione stilista e fiorentino d’adozione. A lui va il mio grazie più caloroso.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>                                                                                                         Orbilia</strong></p>
<p><strong>31-5-2011</strong></p>
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		<title>Presentazione del recital su &#8220;I Greci e le donne&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2023 21:20:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Presentazione del recital su “ I Greci e le donne “ &#160; Il presente lavoro ha origini scolastiche: era destinato ad una terza liceale    impegnata nella traduzione e nella messa in scena di una tra le più sconvolgenti tragedie &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/presentazione-del-recital-su-i-greci-e-le-donne-2/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presentazione del recital su “ I Greci e le donne “</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il presente lavoro ha origini scolastiche: era destinato ad una terza liceale    impegnata nella traduzione e nella messa in scena di una tra le più sconvolgenti tragedie di Euripide: Le Troiane. Il dramma  – che ha come protagoniste assolute le donne della città vinta- solo apparentemente riguarda un famoso episodio leggendario, la conquista di Troia da parte degli Achei. In realtà esso è un implacabile  e crudo atto d’accusa contro la guerra, le cui vittime sono, in primo luogo, le donne, i bambini, gli anziani. I “valori” tipici della mentalità militare, il coraggio, l’audacia guerriera, ecc. vengono smascherati e mostrati in tutta la loro ripugnante  e disumana realtà ( la violenza contro le prigioniere, l’assassinio di un bimbo  perché, crescendo,potrebbe diventare un temibile nemico come suo padre).                                                                  Nel   415 a. C., quando Euripide compose questa tragedia, gli Ateniesi,  suoi concittadini, erano impegnati in una sanguinosa e interminabile guerra contro  Sparta (27 anni!), guerra estenuante e non esente da atrocità (come il massacro degli abitanti di Melos, verificatosi poco tempo prima). Il poeta si rivolge al suo pubblico come  <em>coscienza critica</em> della società del tempo. E non solo per quanto riguarda la guerra: al centro della sua opera è <em>il problema della condizione femminile.</em> Perché la guerra non è che l’occasione <em>straordinaria </em> che mette il luce la profonda ingiustizia su cui è fondato, nell’ antica Grecia, il rapporto tra i sessi. Ma che accade – che accadeva allora – nella <em>vita quotidiana</em>, dentro e fuori delle mura domestiche? E quando ebbe origine questa diffidenza nei confronti delle donne – diffidenza che caratterizzava il mondo classico e che ha profondamente influenzato anche la mentalità e la cultura dei moderni?</p>
<p><span id="more-221"></span></p>
<p>Ecco, allora, le ragioni di questo lungo excursus nella letteratura greca, da Esiodo (VII  secolo a. C.) ai grandi autori del dramma attico del V secolo: da Pandora, la prima donna, che, come la biblica Eva, è considerata dal poeta Esiodo l’origine di tutti i mali che affliggono l’umanità, alla violenta invettiva contro tutto il genere femminile pronunciata da Ippolito (nell’omonima tragedia euripidea), e alla “replica” appassionata di Medea, che è la più lucida analisi della condizione femminile che l’antichità ci abbia tramandato. La pesante discriminazione sociale , l’emarginazione, la “irrilevanza” delle donne nel mondo greco sono l’origine di drammi tremendi  e di comportamenti devianti (Medea uccide i propri figli, Fedra attua un’atroce vendetta contro il figliastro Ippolito che ha disprezzato il suo amore); ma non solo: anche quando sono animate dalle  migliori intenzioni, come Deianira, le donne provocano disastri involontari. Ma sono esse le uniche responsabili? Non  è piuttosto una società profondamente ingiusta a spingerle a gesti estremi o a indurle a cercare rimedi  che poi si riveleranno catastrofici? Di fronte alla spietata crudeltà di un mondo <em>maschile</em> retto dalla logica del potere politico o militare, quale mezzo di difesa hanno le donne? Nessuno, se prendiamo in considerazione la letteratura classica. Possono ribellarsi, come Antigone, alle ingiuste leggi del  <em>tiranno </em>Creonte, o minacciare invano e poi tramare vendetta, come Clitemestra, che, dopo una lunga serie di soprusi tollerati in silenzio, si vede strappare dalle braccia la figlia che <em>deve</em> essere sacrificata agli dei perché la flotta achea possa avere una fausta partenza per l’impresa di Troia. In ogni caso, il prezzo della rivolta sarà la vita. Oppure possono accettare con dignità e coraggio il proprio destino, e andargli incontro dopo avere rivelato i misteri del passato e del futuro, grazie ad una <em>sapienza</em> che è molto lontana e diversa da quella degli uomini, perché di origine divina (è il caso di Cassandra), o di Ifigenia, che accetta di essere uccisa e offerta in sacrificio per mano di suo padre <em>perché è proprio questo che ci si aspetta da lei</em> : per esistere, per contare, per avere l’affetto del proprio genitore e rispondere alle sue aspettative non le resta che l’autodistruzione.</p>
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		<title>A proposito del femminicidio</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 10:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A proposito del femminicidio Premessa (doverosa): non condivido certa retorica femminista. Le donne non sono per natura più giuste, più democratiche, più pacifiste degli uomini (là dove sono al potere ne hanno dato e continuano a darne ampia dimostrazione). Condivido &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/522/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>                                A proposito del femminicidio</p>
<p>Premessa (doverosa): non condivido certa retorica femminista. Le donne non sono per natura più giuste, più democratiche, più pacifiste degli uomini (là dove sono al potere ne hanno dato e continuano a darne ampia dimostrazione). Condivido pienamente quanto affermava G. B. Shaw: la donna non è che la femmina della specie umana, senza specifici fascini e specifiche imbecillità “naturali”. Detto questo, però, bisogna prendere atto della spaventosa diffusione del femminicidio, fenomeno che va analizzato “a freddo”, senza cadere nella trappola della retorica dominante (si condanna la violenza – è ovvio – si celebrano giornate della donna … perché tutto rimanga com’è).<br />
La nostra epoca – epoca di imbarbarimento, di regresso culturale e civile, come sosteneva recentemente Sabina Guzzanti su “Il fatto”- è difficile per tutti, maschi e femmine. Occorrerebbe una seria e approfondita indagine di natura economica e sociale per mettere in luce le radici di questo imbarbarimento (radici che a me, per quanto non esperta di economia, sembrano riconducibili a un processo di ristrutturazione – a livello mondiale &#8211; del capitalismo: marginalizzazione di intere aree geografiche, espulsione di masse dal mercato del lavoro, pauperizzazione diffusa, e, per contro, arricchimento smodato di pochi … ). Il modello verso il quale tendiamo, con qualche decennio di ritardo, è quello della società e dell’economia U.S.A., modello a noi notissimo perché onnipresente nel cinema e nelle serie tv. Su di esso e sui suoi risvolti mostruosi si sono versati  fiumi di inchiostro. Basterebbe rileggere Marcuse o Anders, i cui testi sono di una attualità sconvolgente, addirittura “profetici” per la nostra società. Il fenomeno  più vistoso di questo nostro tempo disumanizzato è la spersonalizzazione, la riduzione degli esseri umani a oggetto, a puro strumento (l’opposto, cioè, di quanto sosteneva Kant, secondo il quale ogni uomo va considerato un fine, e non un mezzo). Se gli uomini – maschi – sono ridotti a  cose, a maggior ragione lo sono le donne, storicamente “deboli” e bersaglio di vessazioni millenarie, “oggetti” di proprietà e di scambio da tempo immemorabile.<br />
Le radici culturali dell’oppressione femminile sono antichissime, forse addirittura preistoriche: nel Vecchio Mondo potrebbe esserne un indizio la sostituzione della religione terrestre e “matriarcale” della grande dea madre mediterranea con il pantheon “maschilista” degli dei atmosferici. Potrebbe risalire insomma all’arrivo degli Indoeuropei (o, come diceva Engels, alle origini della famiglia e della proprietà privata … ). Gli antichi Greci e i Latini erano violentemente misogini (1). Ma l’influsso più decisivo, in tempi meno remoti, è quello esercitato dalle grandi religioni monoteistiche, e in particolare, per quanto ci riguarda – scontato l’antifemminismo dell’Islam, peraltro di diffusione recente e ancora limitata qui da noi &#8211; dal cristianesimo.<br />
Non mi riferisco, ovviamente, al messaggio di Cristo (rivoluzionario anche in questo campo, tanto più  straordinario se si tiene conto del contesto storico in cui viene diffuso), ma alla millenaria “cultura cristiana” elaborata dalla chiesa e trasmessa come dottrina o addirittura come tradizione vincolante per le coscienze dei credenti.<br />
Le radici di tale cultura non sono affatto cristiane: all’origine di esse potrebbe esserci, oltre all’ebraismo, già antifemminista di suo, l’Orfismo, con la sua distinzione tra spirito – elemento divino – e materia, elemento spregevole e inferiore, degno del massimo disprezzo. Il corpo viene considerato “prigione dell’anima”, e quest’ultima, per accedere al contatto con la divinità, deve subire un processo di purificazione dalle impurità del corpo. Sulla stessa scia si collocano il platonismo e il neoplatonismo, che influenzano profondamente il cristianesimo delle origini. Coloro che sono definiti “padri della chiesa” scrivono cose terribili sulle donne ( e sul corpo, e sul sesso, e sul rapporto uomo – donna). Terribili nei confronti delle loro malcapitate compagne sono i comportamenti di personaggi definiti “santi” e proposti come modello ai credenti (vedi, ad esempio, Agostino). Perché la donna è associata al corpo, al sesso, alla materia, e quindi al peccato e all’impurità. Occorre addirittura un concilio per stabilire che anche le donne hanno un’anima. In un mondo dominato dai maschi, unici detentori del diritto di parola (vedi certe esortazioni di S. Paolo) l’idea di sesso e quindi di peccato (2) è associata al corpo femminile (come se i maschi fossero asessuati!) e così pure una serie di caratteristiche psichiche “negative” o almeno potenzialmente  pericolose da tenere a freno: l’istinto, il sentimento, l’intuito, tutte – presunte – caratteristiche femminili, in contrapposizione alla razionalità maschile. Perciò le donne vanno tenute sotto tutela e sotto controllo perpetuo: prima il padre, poi il marito sono i tutori naturali della donna, che viene privata di qualsiasi autonomia. (Convinzione assai poco originale, per la verità: già nelle sue Baccanti, sul finire del quinto secolo avanti Cristo, Euripide  aveva tracciato un quadro drammatico di questa “marginalizzazione” delle donne, mettendone in rilievo gli effetti  catastrofici sulla società nel suo complesso). Poi c’è il Medioevo, con la caccia alle streghe, accusate – è la solita ossessione sessuale! – di avere rapporti carnali con il diavolo (cioè con una entità che, sulla base della dottrina cristiana tradizionale, dovrebbe essere puramente spirituale) e la demonizzazione di quel sapere elaborato dalle donne – escluse dalla cultura ufficiale – e trasmesso di madre in figlia, che verte soprattutto sulla conoscenza di erbe medicamentose e di rimedi naturali: quante donne sono state torturate e bruciate sul rogo nel corso di parecchi secoli, da quelli “oscuri” del Medioevo a quelli, ancora più bui, della “santa” Inquisizione? Ma anche in tempi più recenti, chi, come me, è abbastanza vecchia da avere sperimentato il clima e la mentalità cattolica degli anni Cinquanta, sa bene quale cappa di piombo ideologica opprimesse e mettesse a rischio la vita delle donne. Spesso private del diritto all’istruzione e obbligate a seguire le loro “missione naturale” di madri e mogli – missione, ovviamente, voluta da Dio, o meglio da chi pretendeva di farsene portavoce – le donne credenti, anche se affette da qualche grave patologia che, in caso di gravidanza poteva metterne a rischio la vita, erano obbligate a mettere al mondo tutti i figli che il cielo mandava loro: la contraccezione non era ammessa (non parliamo dell’aborto clandestino, scelta comunque drammatica e spesso ancor più rischiosa). L’unico modo per evitare una gravidanza a rischio era la rinuncia ai rapporti sessuali … ma anche questo era discutibile: una moglie virtuosa non poteva rifiutare a lungo di compiere il dovere coniugale. Avrebbe esposto il marito alla grave tentazione del sesso mercenario. Insomma, per una cattolica il matrimonio e la maternità erano un rischio mortale. Quanti femminicidi sono stati provocati da questa (pseudo)morale? Femminicidi nascosti, spesso esaltati come ideale di santità.  Viene in mente l’invettiva di Cristo contro gli scribi e i farisei: ipocriti, sepolcri imbiancati, caricano sulle spalle altrui pesi insostenibili, che loro non sfiorerebbero nemmeno con un dito … o, più laicamente, il vecchio buon Lucrezio: “Tantum religio potuit suadere malorum!”<br />
E perché, poi, la missione di un essere umano dovrebbe coincidere con la sua funzione riproduttrice? Di un uomo non si dice che la sua missione è la paternità (eppure la figura paterna è importante quanto quella materna, per un bambino). Perché mai un uomo – un maschio – dovrebbe poter decidere da sé qual è lo scopo della sua vita, mentre una donna dovrebbe accettare che siano altri a stabilirlo – magari a nome di Dio &#8211; ?  E quanta ambiguità nel culto della Madonna – caricato del peggiore sentimentalismo e della più becera retorica “mammista”! Quanta distanza dalla sobrietà dei Vangeli!<br />
Le madonne, del resto, cioè le madri – figure idealizzate che hanno sublimato ogni tratto sessuale – non sono che l’altra faccia delle donne perdute, delle peccatrici, pericolose tentazioni che rovinano gli uomini. A ragione uno slogan femminista degli anni Settanta – oggi, purtroppo, dimenticato – proclamava: né puttane, né madonne, ma solo donne. Perché la polarità donna perbene, cioè madre da una parte, e prostituta, o donna “facile”, comunque “preda” dall’altra, sta proprio alle radici del femminicidio. Un uomo, di solito – a meno che non sia affetto da turbe psichiche – non rivolge la sua violenza contro la madre, bensì contro le altre donne. Le quali, si badi bene, non sono mai bambine da proteggere o da aiutare a crescere. Nascono donne, oggetto sessuale fin dalla più tenera età, da giudicare o da predare: come dimenticare le parole di quel commissario di polizia, che giudicava “di dubbia moralità” la piccola Ottavia Di Luise, caduta vittima di un gruppo di pedofili e assassinata, circa un trentennio fa? Il suo corpo non è mai stato ritrovato – forse perché le ricerche sono state frettolose e superficiali.- Del resto, perché preoccuparsene troppo? Era “poco seria”. Che importa se era una  bambina di soli dodici anni?<br />
Ma la violenza contro le donne ha radici molteplici e complesse, certo non solo di origine religiosa. Una delle radici più antiche è costituita da motivazioni economico – sociali. Le donne andavano tenute sotto stretto controllo perché non si poteva rischiare di trasmettere l’eredità familiare a figli illegittimi. Le donne diventavano proprietà della famiglia del marito, oggetto di scambio tra famiglie, tribù, clan … A loro era strettamente legata l’idea del possesso; idea che ancora oggi è spesso tra le cause scatenanti del femminicidio. Certo, oggi l’idea del possesso ha manifestazioni  e motivazioni diverse da quelle del passato: una maggiore fragilità degli uomini, incapaci di sopportare un frustrazione grave, una separazione o un divorzio, ( il femminicidio, spesso, è seguito dal suicidio del maschio abbandonato) oppure la perdita del lavoro e le difficoltà economiche (e in questo  caso l’uomo non arriva a uccidere, si limita a picchiare la malcapitata compagna, facile valvola di sfogo e capro espiatorio dei problemi altrui). Ma la violenza peggiore, la più mostruosa, è quella che nasce dalla smania di possesso tout court, che non ha alcuna motivazione passionale: è brama di dominio pura e semplice. La donna è un oggetto usa e getta  Fin troppo scontato ricordare il mondo della pubblicità, che fa del corpo femminile un oggetto di consumo. E che dire degli effetti devastanti, a livello educativo e di costume, del ventennio berlusconiano? Per farsi strada nella vita bisogna vendersi … ai miei tempi padri e fratelli della ragazza violentata o sedotta uccidevano il violentatore. Oggi sono i padri e le madri ad accompagnare le figlie a casa del potente di turno (non so che cosa sia più raccapricciante, se il delitto d’onore o la trasformazione dei genitori in magnaccia della propria figlia … )<br />
Che fare? Intervenire con provvedimenti legislativi adeguati, certo; assicurare protezione alle donne perseguitate, non lasciarle sole. Mandare a casa – congedati con disonore &#8211; i rappresentanti delle istituzioni  che colpevolizzano le vittime (come il commissario che indagava sull’assassinio della piccola Di Luise; i giudici che hanno considerato circostanza attenuante  per i violentatori l’handicap mentale di una ragazza stuprata; quegli altri magistrati che hanno considerato consenziente alla violenza di un gruppo di militari la ragazza che è stata abbandonata, seminuda e morente, sulla neve fuori di una discoteca … salvata in extremis, ma con quali conseguenze?).  E poi smetterla con l’eccesso di garantismo e di buonismo. Chi si macchia di delitti così atroci deve scontare per intero la sua pena. L’Italia è forse l’unico paese al mondo in cui non c’è alcuna certezza della pena. E contro i colpevoli del terzo tipo di violenza, quella più brutale e selvaggia, non ammettere mai sconti di pena e benefici per buona condotta. Se il fascista Izzo, l’assassino del Circeo, non fosse stato rimesso in libertà, oggi due altre donne – una quattordicenne e la sua mamma – sarebbero ancora vive. Bisogna mettere personaggi del genere in prigione e buttare via la chiave. Per sempre. Se si pentono e si redimono, buon per loro: se la vedano col buon Dio. Ma non si possono lasciare liberi di commettere altri delitti efferati.<br />
Ma tutto ciò non basta. La via legislativa e giudiziaria è insufficiente. Occorre una profonda rivoluzione culturale. Ma chi dovrebbe attuarla? La scuola, naturalmente. Come sempre. Una scuola sempre più tagliata e devastata da riforme insensate. Si potrebbe magari introdurre, come materia obbligatoria, l’addestramento delle ragazze all’autodifesa. Ma la scuola non basta. Deve essere tutta la società a promuovere un profondo cambiamento di mentalità e di costumi.  E intanto? Le rivoluzioni culturali esigono tempi lunghi, decenni. Quante altre donne devono morire, in attesa di questo cambiamento?  E come sperare che questo cambiamento sia possibile, all’interno di un sistema che considera ogni essere umano, e le donne in particolare, come pura merce? Insomma, dobbiamo reagire in qualche modo, con l’ottimismo della volontà (e il pessimismo della ragione). Ma senza eccessive illusioni. La violenza contro le donne non è che un aspetto della più generale violenza insita nella nostra società.<br />
                                                                                                              Lucia Cutuli<br />
Note: (1) Vedi recital su &#8220;I Greci e le donne&#8221;<br />
(2) L’atteggiamento negativo della Chiesa cattolica – spiegabile come fenomeno storicamente influenzato da filosofie pagane – è però difficilmente conciliabile con la dottrina dell’Incarnazione: come si può disprezzare il corpo, la materia ecc. se si crede che Dio ha voluto incarnarsi in un corpo di uomo? E in che cosa consiste la Buona Novella, se non nell’annuncio della salvezza – e della resurrezione – non di puri spiriti, ma di esseri umani nella loro integralità, e della natura intera ?</p>
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		<title>A proposito del saggio di Rocco Agnone &#8221; Il fenomeno religioso e la concezione non religiosa del divino</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 20:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Osservazioni sul metodo Deliberatamente l&#8217;Autore ha scelto di prescindere dal dibattito senza fine che, nel corso degli ultimi due secoli, ha impegnato gli esegeti dei Vangeli sulla figura storica del Cristo, nella convinzione che questo tipo di indagine – in &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/a-proposito-del-saggio-di-rocco-agnone-il-fenomeno-religioso-e-la-concezione-non-religiosa-del-divino/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Osservazioni  sul  metodo  </p>
<p>Deliberatamente  l&#8217;Autore ha scelto  di prescindere dal dibattito senza fine  che, nel corso degli ultimi due secoli, ha impegnato  gli esegeti dei Vangeli sulla figura storica del Cristo, nella convinzione che questo tipo di indagine – in sé rispettabilissima – finisca per dissolvere l’oggetto della ricerca stessa.<br />
Come per tutti i testi antichi a noi pervenuti mediante una lunga e travagliata tradizione  &#8211; si pensi, ad esempio, ai poemi omerici – anche per i Vangeli  un’indagine storico- filologica rischia di approdare ad un’unica conclusione: l’afasia. Il personaggio – Cristo finisce per disintegrarsi sotto i nostri occhi, sicché non possiamo più  dire nulla su di lui.<br />
Analogamente, se vogliamo cogliere il senso, la novità, la grandezza poetica dell’Iliade e dell’Odissea, dobbiamo evitare di addentrarci  nell’infinita questione omerica, destinata per natura a restare irrisolta: che esse siano frutto della genialità di uno o più aedi, o della paziente ricerca degli esperti di Pisistrato, o della fantasia creatrice del popolo greco nella fase aurorale della sua storia, o di una plurisecolare tradizione anonima, a noi che importa? Ci sono pervenuti questi testi, che hanno profondamente influenzato l’intera cultura occidentale. Essi dunque, così come sono, costituiscono l’oggetto del nostro studio.<br />
A maggior ragione questo vale per i Vangeli. Comunque siano stati redatti, qualunque sia stata la realtà storica del loro protagonista e il contributo della primitiva comunità dei suoi discepoli, essi costituiscono un corpus tràdito, che, per i milioni di credenti i quali, con varie sfaccettature, ad esso si ispirano, è “parola di Dio”, come gli altri testi del Nuovo e del Vecchio Testamento. Questo è dunque l’oggetto della presente indagine, che è articolata su un nucleo problematico così sintetizzabile: come si inseriscono i Vangeli nella tradizione ebraica? Prevalgono gli elementi di continuità o di innovazione? Gesù è espressione della religiosità del popolo di Israele, o è un innovatore, anzi un rivoluzionario che la scardina fin dalle fondamenta? E ancora: leggendo la Bibbia nel suo complesso, si possono trovare indicazioni varie, spesso tra loro contraddittorie, tali da giustificare scelte e prassi antitetiche (ad esempio, la povertà francescana e lo sfarzo della chiesa, la carità eroica di alcuni “santi” e le guerre di religione). Per quanto riferibili, come è ovvio, alla mentalità dell’epoca,come possono certe aberrazioni  conciliarsi con i precetti scaturiti dalla “Parola di Dio”? E per il credente è inevitabile chiedersi: ma la Bibbia è veramente “Parola di Dio”? O è solo l’espressione storicamente determinata della religiosità di un popolo particolare? E’ possibile cogliervi, come un “filo rosso trasversale” un messaggio organico e coerente? E la Chiesa cattolica – o meglio la sua gerarchia – come pure le altre Chiese, ne sono veramente interpreti autentiche ed esclusive? E in che cosa il cristianesimo differisce dalle altre religioni? In che consiste,nel suo nucleo più essenziale, la religione, fenomeno comune a tutti i popoli, di qualsiasi epoca e latitudine? Ma il cristianesimo è veramente una religione?<br />
Se si giunge alla conclusione, come si fa nel presente saggio, che la religione è essenzialmente un rapporto di potere tra un servo-suddito e un signore potente, finalizzato al raggiungimento di particolari benefici in cambio di pratiche di culto significanti ossequio e sottomissione da parte del credente,  è inevitabile concludere che no, il cristianesimo non è una religione, in quanto fondato sull’amore, che per natura è gratuito e radicalmente estraneo a qualsiasi forma di dominio. C’è tutto un filone, certamente minoritario ma non per questo meno significativo, nell’Antico Testamento (nei Profeti, soprattutto) che mette in luce quello che poi costituirà il messaggio fondamentale di Cristo:  Dio non vuole atti di culto, non chiede nulla per sé. Il suo unico comandamento è l’amore e la fratellanza tra gli uomini. E’ possibile, a un’attenta lettura, cogliere un messaggio logicamente coerente, perfettamente omogeneo, che attraversa la tradizione ebraica e i Vangeli e scardina dalle fondamenta qualsiasi religione. Tanto più significativo, in quanto spesso gli stessi portatori di tale messaggio sembrano non rendersi conto della reale portata delle loro parole. La Bibbia è quindi l’espressione dell’esperienza storica e spirituale del popolo ebraico, all’interno della quale, però, si può individuare il “filo rosso” che lega Isaia, Osea ecc. a Gesù e al suo messaggio. Messaggio che, ovviamente, non nasce in un mondo al di fuori della storia: si inserisce nella cultura e nella tradizione dell’ebraismo, ma per rovesciarne i presupposti; è filtrato attraverso la sensibilità e la fede della comunità primitiva dei discepoli, che spesso non capiscono fino in fondo il pensiero di Gesù e vi mescolano le loro idee e i loro pregiudizi, ma tuttavia riescono a trasmetterne la radicale novità.<br />
A questo punto emerge con forza il problema-Chiesa: il presente saggio intende delegittimarla del tutto? Se il messaggio di Cristo è radicalmente antitetico al potere, se il Dio che egli ci fa intravedere è tutt’altro che un sovrano potente, ma, al contrario, un padre che vuole rendere i suoi figli uguali a sé; se Cristo con la sua morte annienta totalmente la legittimità di ogni sacrificio, la risposta non può che essere affermativa: questa Chiesa, con la sua arcaica struttura monarchica, con le sue banche e i compromessi con il potere, non ha nulla che vedere con il messaggio di Cristo. Perché non si può servire a due padroni: se si sceglie di servire il potere e il denaro, sia pure con l’illusione di “fare del bene” è inevitabile voltare le spalle a Cristo. Le persecuzioni degli eretici, i roghi, e gli scandali dello Ior, e le compromissioni con poteri equivoci non sono incidenti, errori imputabili a singoli individui: sono le conseguenze logiche della scelta di fondo: o Dio o Mammona. Sarebbe interessante, a questo proposito, rileggere l’episodio delle tentazioni di Cristo (che poi si riducono a una sola: la tentazione del potere) e tenere presente la sua reazione.<br />
Ma una comunità cristiana capace di rinunciare a tutte le sovrastrutture attuali, e di sforzarsi di incarnare la radicale novità del messaggio cristiano, sarebbe non solo pienamente legittima, ma sommamente auspicabile. Del resto, lo Spirito soffia dove vuole e Dio può benissimo far nascere “figli di Abramo” anche dalle pietre. </p>
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		<title>Lacrime di coccodrillo sul declino degli studi umanistici</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2020 13:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lacrime di coccodrillo sul declino degli studi umanistici Sensazionale recente scoperta di alcuni ricercatori: la cultura umanistica in Italia è morta. Aggiungerei, modestamente: anche l’arte, la musica, il cinema, il teatro, e tutto ciò che non è di utilità immediata. &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/lacrime-di-coccodrillo-sul-declino-degli-studi-umanistici/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lacrime di coccodrillo sul declino degli studi umanistici</p>
<p>Sensazionale  recente scoperta di alcuni ricercatori: la cultura umanistica in Italia è morta. Aggiungerei, modestamente: anche l’arte, la musica, il cinema, il teatro, e tutto ciò che non è di utilità immediata. Colpa della crisi, certamente. Ma anche obiettivo consapevole della classe politica che ci ha governato negli ultimi venticinque anni (si governa più facilmente un popolo di ignoranti incapaci di giudicare e valutare criticamente) o scelta autolesionista di certe parti politiche con spiccate manie suicide.<br />
La morte della cultura umanistica non è che un aspetto della morte della scuola. Morte preceduta da una più che ventennale agonia. Sulla diagnosi della “malattia” e sul suo prevedibilissimo esito noi docenti ed ex docenti avremmo potuto e potremmo scrivere trattati. Noi lo gridiamo da sempre. Ma a noi, i “paria” della scuola – notoriamente scansafatiche e incapaci di intendere e di volere, utili capri espiatori sui quali scaricare le colpe – nessuno ha mai dato retta. Occorre che il decesso sia constatato da sociologi, ricercatori, pedagogisti e simili, perché lo si prenda in considerazione.<br />
In breve, le cause del disastro attuale si possono così  sintetizzare:<br />
1)	La mania dell’azienda come “paradigma” della società. Tutto è stato assimilato al modello aziendale: dall’Italia (povera Italia, “di dolore ostello” … ), alla sanità (con i risultati che constatiamo ogni giorno sulla nostra pelle), alla scuola.<br />
Corollario n.1: se la scuola è un’azienda, i docenti sono operai da governare e gestire come subordinati. Ed ecco la creazione di Kapò – pardon, manager – reclutati con sedicenti discutibilissimi concorsi, che spesso hanno operato – almeno in base all’esperienza della sottoscritta – una selezione alla rovescia, premiando i peggiori (l’antico adagio può così essere modificato:… chi non sa, insegna; e chi non sa insegnare, fa il preside).<br />
Corollario n. 2: se la scuola è un’azienda, gli alunni ne sono i clienti, e, come si sa, “il cliente ha sempre ragione”. Quindi cessa ogni rapporto educativo, il dialogo dialettico adulti – ragazzi viene meno. Il docente è un commesso al servizio della clientela, soggetto alle bizze di ragazzi ultra viziati e alle pretese di genitori che vogliono liberarsi da ogni responsabilità,che desiderano unicamente parcheggiare i figli in modo che non li disturbino, che se ne fregano altamente della loro preparazione, e però esigono risultati brillanti e voti altissimi da esibire con gli amici come trofei. Viceversa, la scuola azienda non prende in considerazione se non i “clienti importanti”, e se ne frega degli strati sociali più disagiati ed emarginati. I ragazzi “non importanti” – figli di lavoratori, pendolari ecc. &#8211;  sono certo ammessi in un liceo classico, ma in apposite sezioni – ghetto, di quelle che cambiano, in un anno, otto professori di lettere e sei di matematica.<br />
Corollario n.3: se i docenti sono dei subordinati, non importa che siano o no preparati, né che siano “bravi”. Si chiede loro solo di essere docili esecutori delle decisioni altrui,  abili smanettatori col computer e pazienti compilatori di carte “burocratiche”. Come diceva un vicepreside di una collega: “Sì, è vero, è mediocre come insegnante … ma è così ubbidiente”<br />
E io che mi ero illusa di avere, come compito primario , quello di “formare cittadini”! Ma se sono ridotta a serva, è chiaro, il mio compito è quello di formare servi e sudditi.<br />
2)	L’autonomia scolastica. Non c’è più nessuno a cui dare conto e ragione di ciò che non va. Ogni scuola è un piccolo regno autonomo, che non riconosce altra legge se non la volontà del suo sovrano (e della corte che gli sta attorno). Non esistono più leggi, non ci sono più garanzie sindacali, perché “cuius regio eius et religio”. La concorrenza tra scuole, anziché funzionare come “la mano invisibile” che regola il mercato (o che dovrebbe regolarlo, nelle intenzioni dei cosiddetti “liberali”) serve da selezione alla rovescia: non premia il meglio (le scuole di qualità) ma il peggio (le scuole più lassiste, in cui è più facile andare avanti senza studiare). Obiettivo principale di una scuola è reclutare nuovi clienti, strappandoli via alla concorrenza. Quindi non si boccia più nessuno perché questo potrebbe scoraggiare le iscrizioni. Che poi gli studenti sappiano o non sappiano è questione secondaria. Così a me è accaduto di vedere promuovere – con la mia feroce quanto vana opposizione, perché è il consiglio di classe che boccia o promuove e i miei colleghi erano proni al volere del preside – un’alunna che, in primo liceo classico – che equivale al terzo anno degli altri licei – non sapeva nemmeno leggere il greco. Così mi è capitato di sentir dire, agli esami di maturità, che il sole gira intorno alla terra – l’alunna era rimasta a Tolomeo! – che sulla luna non si può vivere sia perché manca un gas necessario alla vita – cioè, ovviamente, l’anidride carbonica – sia perché la temperatura è inferiore ai trecento gradi. Al posto della collega di scienze, che le aveva dato la sufficienza, io avrei fatto l’hara kiri per la vergogna. Invece ho subito una scenata del preside e dei suoi accoliti (lo staff al completo) perché io,insieme ad altre due colleghe commissarie interne, dotate di un normale senso del pudore, avevamo votato &#8211; d’accordo con i colleghi esterni – per la bocciatura. Ma il problema non riguarda solo le bocciature: ho saputo di una collega molto seria e preparata che è stata aspramente rimproverata dallo staff presidenziale perché non ha “passato la copia” della versione di greco agli esami di maturità, il che ha comportato un numero minore di 100 rispetto alle attese e alle pretese di alunni, genitori e docenti della sezione. Ma ciò che è più deprimente è il senso di impotenza che si diffonde tra gli insegnanti o, almeno, tra chi vorrebbe ancora insegnare qualcosa (figurarsi tra i precari!): non c’è più nessuna legge, nessuna garanzia, si vive alla mercé dell’arbitrio del “manager”, come tanti Fantozzi. Non parliamo poi di didattica. Una volta il preside doveva avere una certa competenza in questo campo, farsi coordinatore, stimolare il dibattito … ora non più. E’ un  manager. E a me è capitato spessissimo di litigare col sedicente manager perché ero ostacolata nella mia azione didattica: ore “rubate” all’insegnamento di latino e greco per motivi futili, rifiuto di concedermi ore di recupero pomeridiane – gratuite, ovviamente – per aiutare alunni in difficoltà, pretesa assurda di impormi metodi e strategie didattiche conformi alla moda dell’epoca (il che è contrario alla libertà d’insegnamento prevista dalla Costituzione) …<br />
3)	Le numerose catastrofiche riforme che si sono succedute negli ultimi venti – venticinque anni. La convinzione che il latino e il greco sono materie inutili, troppo faticose e noiose ha indotto i sedicenti riformatori a ridurre il tempo dedicato all’insegnamento di queste lingue morte a vantaggio di materie più utili e moderne. E ad accumulare le più svariate discipline in un tempo – scuola che è sempre lo stesso, molto limitato (sennò i ragazzi si stressano e si traumatizzano, poverini). Come se le teste dei ragazzi (e non solo) fossero dei panini da imbottire, a piacere, con gli ingredienti più svariati, come i panini Mac Donald. Insomma, non si ha idea, o si ignora volutamente come funziona il processo di apprendimento: bisogna per prima cosa imparare a studiare, ad apprendere. E non tutti gli adolescenti – come gli adulti, del resto – sono uguali: c’è chi apprende subito (ma poi rischia di dimenticare), c’è chi impara lentamente, chi ha bisogno di molto tempo … moltiplicare le materie è del tutto inutile, spesso addirittura dannoso. E poi bisogna imparare ad organizzare le conoscenze, altrimenti l’unico risultato di tante fatiche è un tremendo guazzabuglio mentale.<br />
In quanto alla difficoltà delle lingue classiche … chi ha detto che il latino e il greco sono per tutti? Si tratta di lingue letterarie, il cui studio può essere consigliato a chi ha predisposizione per le lingue, a chi conosce perfettamente l’italiano ( idioma quasi del tutto sconosciuto, oggi, in Italia) ed ha interesse e passione per il mondo antico. E invece l’iscrizione al liceo classico è diventata  in un recente passato (dalle mie parti lo è ancora) una specie di status symbol. Ragazzini che riuscirebbero benissimo in altri campi sono costretti da genitori ottusi a soffrire per cinque anni cercando di imparare nozioni per loro ostiche e prive di interesse. Ci si iscrive forse a un liceo  musicale o a un istituto d’arte senza un minimo di predisposizione per l’arte e la musica? E perché per lo studio del mondo classico dovrebbe essere diverso? In quanto alla noiosità e pesantezza di questo genere di studi … la matematica e le discipline che esigono logica, rigore e applicazione non sono da meno (non a caso,  noi docenti  di latino e greco  concordiamo quasi sempre con i colleghi di matematica nelle valutazioni degli alunni). E perché mai si dovrebbe studiare solo ciò che è leggero, divertente e piacevole? Non si può certo eseguire un pezzo di Mozart o di Beethoven senza annoiarsi con lunghi esercizi di solfeggio. Altrimenti, si scrivono canzonette per Sanremo, si tenta la fortuna con il “grande fratello” o la De Filippi … E’ dunque idiota andare a intervistare cantanti di successo che si sono “annoiati” per anni a studiare lingue antiche (magari avessero invece studiato musica … è forse un caso se la cosiddetta “musica leggera” italiana è, oggi, a mio parere almeno tra le peggiori al mondo?) In quanto alla diffusa convinzione che il moderno sia più interessante, questa è una pia illusione: per un sedicenne di “media cultura” il passato è una sorta di insalata russa, in cui convivono, senza distinzione, Pericle e la regina Vittoria, Enrico IV e Mussolini. L’insegnamento della storia è ormai obsoleto: gli adolescenti – e anche i giovani universitari, per lo più – non hanno più la categoria tempo (e neanche quella spaziale, per la verità).<br />
4)	Ed eccoci al punto più dolente: la mancanza di sbocchi lavorativi. Perché iscriversi a una scuola che non offre nessuna possibilità? Alcuni dei miei alunni migliori, che amavano il latino e il greco tanto da iscriversi a Lettere Classiche e da conseguire la laurea col massimo dei voti, oggi sono precari e svolgono un lavoro che non ha nulla a che vedere con gli studi compiuti: fra gli ultratrentenni, qualcuno è insegnante di sostegno alla scuola media (ovviamente, precario, cioè licenziato a giugno e riassunto a settembre), qualcuno vive di (rare) supplenze, mantenuto, per il resto, dai genitori; uno – più fortunato e più giovane &#8211;  fa la guida dell’Etna accompagnando i turisti a visitare il nostro vulcano (professione certamente interessante … ma che c’entra con la laurea in Lettere Classiche?) Naturalmente io stessa, agli alunni più giovani, quelli delle classi successive, anche se avevano 9 nelle mie materie, ho sconsigliato decisamente la scelta di una facoltà umanistica. Ho visto ragazzi quasi in lacrime iscriversi a malincuore a Medicina. Uno è andato alla Cattolica, a Roma, con un testo di Platone sotto il braccio. Se non è più possibile scegliere facoltà umanistiche, a che pro iscriversi al liceo classico?<br />
Non è vero che il classico in sé non attira più. Al contrario. Dipende dai docenti con i quali si capita. Se si ama follemente quel mondo, quella cultura, quelle lingue, è inevitabile trasmetterlo. Le passioni sono contagiose, e i ragazzi molto sensibili. Quanti dei miei ex alunni, e degli ex alunni dei licei in cui ho insegnato, entusiasti delle esperienze teatrali fatte a scuola (tragedie greche, ma non solo … con uno dei miei ex presidi, uno dei pochissimi veramente in gamba,con me e con altri colleghi “maniaci” come me) hanno poi scelto di dedicarsi al teatro ( che Dio gliela mandi buona, di questi tempi)! Una ragazza dell’ultima classe in cui ho insegnato è entrata all’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico, quello che organizza gli spettacoli classici di Siracusa) superando la difficile prova di ammissione con il monologo di Ecuba (da Le Troiane di Euripide che avevamo messo in scena – e tradotto &#8211; a scuola).<br />
La cultura umanistica muore perché muore l’Italia, assassinata dalla crisi attuale e da decenni di politica criminale. Un popolo che rinuncia alla sua storia, al suo patrimonio artistico, alle sue radici, è un popolo che muore (v. anche la Grecia). Altri sanno valorizzare perfettamente il poco che hanno facendone una risorsa economica che dà lavoro a centinaia di persone. Noi, come i Greci, lasciamo andare in rovina ciò che il mondo intero ci invidia.<br />
5)	Ma torniamo alla catastrofe – scuola. Il “buonismo” è un’altra non secondaria causa del suo declino. Insegnare sul serio è faticoso. E comporta l’ingrata funzione di “giudice” che, anche in campo scolastico, è una calamita di guai e  rogne varie (anche giudiziarie, a torto temutissime dalla maggioranza dei docenti). Molto più facile promuovere tutti, anche se non hanno mai aperto libro. Si è “amati” da tutti, presidi, genitori, alunni scansafatiche …<br />
Però … questa popolarità è fasulla, e mina dall’interno, come un cancro, l’intera scuola. Gli “altri”, quelli che hanno faticato sui libri, si considerano dei fessi: perché studiare, se tanto si viene promossi lo stesso? O, peggio ancora, se si viene messi alla pari con chi notoriamente e sfacciatamente non ha mai fatto nulla ( i ragazzi hanno uno spiccato senso della giustizia, l’abitudine a fare confronti e a considerarsi sottovalutati rispetto ad altri) o se si intuisce che eventuali bocciature metterebbero a rischio la formazione delle classi successive … e il posto di lavoro dei docenti? Se  si verifica anche solo una di queste situazioni, la classe è persa e non si recupera più. Il docente serio può rinunciare a insegnarvi e non gli resta che trasferirsi altrove, tanto più se è circondato da colleghi “buonisti” che anche involontariamente gli aizzano contro alunni e genitori. Ma è poi vero che  tutta questa profusione di “bontà” giova ai ragazzi? Alle medie non si bocciano perché “è scuola dell’obbligo”, altrimenti si traumatizzano a vita. Si iscrivono alle superiori con lacune che sembrano buchi neri, a volte persino con difficoltà di lettura. Se incontrano docenti e presidi buonisti vanno avanti senza intoppi e conseguono la maturità, convinti che tutto sia loro dovuto, che nella vita non sia necessario faticare, che sia sufficiente un po’ di furbizia o la raccomandazione, per cavarsela … poi c’è l’impatto con l’università e/o con il mondo del lavoro. Di colpo si scopre la durezza della realtà, e l’effetto può essere davvero devastante. Nessuno più si preoccupa di evitare loro traumi e delusioni, e oggi non c’è più molto spazio per gli antichi clientelismi e le tradizionali raccomandazioni. La crisi ha spazzato via tutto. Non c’è più speranza e fiducia nell’avvenire. E allora perché studiare e faticare?<br />
E poi ci sono i nuovi miti creati da vent’anni di berlusconismo: il successo facile, i soldi, la notorietà. Basta essere carine e prive di scrupoli, o comunque disposti a prostituirsi – fisicamente o mentalmente -, a tollerare i compromessi più osceni. Quando ero giovane, dalle mie parti un padre uccise – tra l’approvazione generale &#8211;  un professore universitario che aveva abusato della figlia minorenne (a quell’epoca si diventava maggiorenni a ventun anni). Oggi i genitori  accompagnano le figlie minorenni a casa di anziani potenti e danarosi. Tra i due eccessi, non so quale sia il più mostruoso. Quanti decenni occorreranno per rimediare ai guasti educativi di questo ventennio?<br />
6)	 Per tornare ai problemi specifici del liceo classico, l’ostacolo principale all’insegnamento del latino e del greco  (e di qualsiasi altra lingua, morta o viva) è l’ignoranza della lingua italiana, fortemente voluta dai governi di ogni colore e da eminenti linguisti. Confondendo l’ambito della ricerca universitaria e quello della scuola – di cui non sanno nulla – costoro hanno screditato la grammatica normativa e l’analisi logica, pretendendo di sostituirle con astruse e complicate nomenclature (spesso solo quelle) o con sistemi di analisi troppo complessi perché possano essere appresi da ragazzini. So perfettamente che l’analisi logica è un sistema empirico, inadeguato ad una analisi scientifica della lingua, specialmente di quella attuale. Ma rimane utile. Nessuno zoppo butta via una stampella, perché è uno strumento imperfetto. Intanto la adopera. Quando non gli servirà più potrà gettarla alle ortiche. E la lingua è un codice, basata – come qualsiasi altro codice – su norme precise. Se vogliamo comunicare, dobbiamo rispettarle. Trovo, quindi, idiota la messa al bando della grammatica. Certo, insegnare l’aspetto verbale greco o la consecutio latina a chi non conosce i verbi italiani e il loro uso è una missione impossibile. Ma neanche una lingua moderna – come l’inglese – può essere insegnata a prescindere dallo studio della morfologia. Non è un caso se in Italia, malgrado la detestabile anglomania imperante, coloro che sanno veramente parlare in inglese sono pochi. E’ un errore considerare una lingua – morta o viva che sia – un mero repertorio di vocaboli, per cui basta imparare il lessico per poter parlare e capire. Si tratta di un errore simmetrico a quello di certi vecchi docenti del passato, che facevano studiare solo grammatica latina e greca, tralasciando lessico e sintassi e tutto il resto. Studiare qualsiasi lingua significa “cambiare continente” ; una lingua è un nuovo mondo: un nuovo modo di vedere la realtà, il risultato di una lunghissima storia, una cultura diversa, oltre che lessico, grammatica, sintassi …<br />
Bisognerebbe spiegarlo al linguisti illustri e ai loro portavoce (cretini) nel mondo della scuola, a molti colleghi “moderni” che insegnano  lingue di vario tipo e specialmente a quelli di inglese …<br />
In ogni caso, se manca la padronanza della lingua madre, ogni sforzo è inutile. Mancano le strutture logiche mentali di base. Come se si invertisse il cammino dell’evoluzione, e si tornasse allo stadio degli australopitechi. Non è vero che si può imparare una lingua straniera prescindendo dalla conoscenza della lingua madre. A meno che non si sia piccoli e ci si trasferisca in un altro paese come immigrati.( A proposito di immigrati: per concedere loro il permesso di soggiorno li si sottopone a un esame di italiano: e se si facesse lo stesso con i nostri politici e con i giornalisti, specialmente televisivi? Se si dichiarasse decaduto da ogni carica politica chi oltraggia la lingua italiana? Io introdurrei il reato di vilipendio, da scontare con un lungo soggiorno in un cosiddetto “centro di accoglienza”…)<br />
7)	Le responsabilità dei sindacati, e in particolare della CGIL scuola, sindacato in cui ho militato per parecchi anni e di cui ho stracciato la tessera ai tempi della riforma Berlinguer e del famigerato “concorsone” dell’epoca. Partendo dalla solita (errata) convinzione che noi professori lavoriamo poco, abbiamo troppe vacanze e dobbiamo essere messi alla pari degli altri lavoratori, si è trovata una brillante soluzione: prolungare il tempo della nostra permanenza a scuola per poterlo quantificare e retribuirlo in modo – a loro parere – più adeguato all’impegno. Il problema è che il lavoro di un docente è diverso – non superiore né inferiore &#8211;  rispetto a quello di un operaio. Valutarlo è estremamente difficile (non impossibile, però). C’è stato, quindi, per diversi anni, un proliferare di cosiddetti progetti, spesso molto fantasiosi e poco attinenti ai programmi della scuola. I colleghi  furbi  hanno smesso di insegnare le discipline per le quali sono pagati e si sono trasferiti a scuola per sei pomeriggi su sette per dedicarsi ai progetti (la cui utilità era solo quella di permettere ai colleghi di arrotondare il magro stipendio). I professori meno meritevoli sono diventati, così, quelli che tenevano al loro lavoro e si dedicavano ad esso a tempo pieno (lavorando moltissimo anche a casa, per studiare, preparare lezioni, inventare nuovi espedienti didattici e correggere compiti, tutta roba non quantificabile). Sono stati poi introdotti degli incentivi: per fare carriera noi docenti – categoria notoriamente ignorante e arretrata – dovevamo sorbirci corsi di aggiornamento tenuti da vecchi presidi in pensione e rampanti proff. universitari di psicologia e pedagogia ( avendone frequentato diversi da giovane, ed essendomi fatta una precisa quanto poca lusinghiera idea di simili aggiornatori ho deciso di non fare nessuna carriera e di snobbarli del tutto. E ho continuato a spiare le librerie in attesa dell’ultimo saggio di Canfora o di Vernant … ma aggiornarsi nelle proprie materie non vale). Poi la crisi – è questo l’unico suo pregio – ha spazzato via questi miserevoli espedienti inventati dai nostri governanti per evitare di pagare a tutti uno stipendio decente.<br />
8)	Infine, last but not least:  il  liceo classico, scuola di lunga e prestigiosa tradizione,  è fondato su una intelligente e meditata organizzazione dei tempi e delle materie (dopo anni di sperimentazioni varie, sono diventata una gentiliana di ferro), e in modo particolare sulla centralità della cattedra di lettere al ginnasio, che è stata una delle più impegnative della scuola italiana. Potendo disporre di 18 ore per un numero limitato di alunni (una sola classe, anche se di trenta o più elementi, è sempre una classe) il docente del biennio può dedicare a ciascun ragazzo molto tempo e molta attenzione ( a differenza del docente che dispone di tre – quattro ore in diverse classi). Può quindi ancora recuperare le lacune ereditate dalla scuola dell’obbligo, insegnare ad apprendere, ad acquisire un metodo e un ritmo di studio, e soprattutto le categorie “mentali”  (logiche, espressive, spazio – temporali) che sono la necessaria pre – condizione di qualsiasi apprendimento. Potendo insegnare ben cinque materie (italiano, latino, greco, storia e geografia) il docente del biennio può coordinare le conoscenze nel modo più efficace e funzionale (ad esempio, se i ragazzi non hanno idea dell’analisi logica e grammaticale, il prof. di IV ginnasio può dedicare mesi, anche un quadrimestre intero, al recupero di queste nozioni; può fare studiare contemporaneamente la storia delle antiche civiltà orientali e, in geografia, l’Anatolia e i paesi del Golfo; può insegnare a conoscere la civiltà e la storia greca e latina insieme alle lingue classiche, che risultano astruse se staccate dal loro contesto … Ovviamente, il vecchio docente del ginnasio diventa il principale punto di riferimento della classe: da solo, ha più ore di tutti gli altri colleghi insieme. Per questo deve essere dotato, oltre che di una solida preparazione, di equilibrio interiore, capacità comunicativa, autorevolezza, una via di mezzo tra il domatore di leoni e il bravo intrattenitore … e deve “avere le palle” perché spetterà a lui assumersi il peso e la responsabilità di tutto l’andamento della classe, comprese le decisioni più impopolari. Questo significa affrontare battaglie quotidiane (con presidi e genitori), rogne varie e persino minacce e seccature giuridiche. Naturalmente, questo compito è molto stressante (parlo per esperienza: ho insegnato al ginnasio per metà della mia quarantennale carriera). Per i docenti che somigliano a don Abbondio, un peso insostenibile. Meglio scaricarsi di un bel po’ di responsabilità. Per i presidi – manager una situazione seccante da gestire: chi dispone di ben cinque materie ha più peso “morale” (non giuridico) nel consiglio di classe, e a volte, tenendo presenti più gli interessi dell’alunno (cui gioverebbe una sacrosanta bocciatura e lo stimolo a cambiare strada) che quelli dell’azienda (che non deve “perdere clienti), rischia di attuare una severa selezione nella classe &#8211; termine terribile e inviso ai progressisti: ma l’importante è non attuare una selezione di classe (sociale), offrendo a tutti una preparazione adeguata, non promuovendo tutti per “pietà” -. Meglio quindi spezzare la cattedra, in due o più insegnamenti (è più facile manovrare due tre docenti deresponsabilizzati che uno solo cosciente e responsabile ). Capita poi, a volte, che un docente di ginnasio sia inadeguato e rischi di rovinare completamente la classe a lui affidata: meglio, allora, affiancargli un collega più bravo (per “piangere con un occhio solo). Ma queste motivazioni non si possono dire in pubblico, anche perché i docenti – anche i peggiori – non sono facilmente licenziabili. E allora si dirà ufficialmente che una cattedra “spezzata” comporta grandi vantaggi per gli alunni (balle!) che potranno mettere a confronto metodi diversi ecc. oppure spingerà i docenti ad una proficua collaborazione (ovvero: come fare peggio, con maggiore dispendio di tempo e di energia, ciò che un solo docente potrebbe fare presto e bene. La collaborazione e il confronto vanno riservati ad altri momenti).<br />
Ora, poi, con la intelligente riforma Moratti, secondo la quale tutti i docenti devono insegnare per 18 ore, la cattedra del ginnasio può essere frazionata anche in cinque spezzoni. E’ la fine del liceo classico, ma non solo …. Tra cinquant’anni si vedranno i guasti.<br />
Berlinguer si era limitato a distruggere i licei. La Moratti ha distrutto i tecnici e i professionali. Poi è venuta la Gelmini … e dopo di lei, al suo passaggio,non cresce più nemmeno l’erba. E a me viene in mente, come degna epigrafe per la scuola italiana, una splendida canzone del mio amato Brel: l’air de la bêtise, ovvero l’inno all’idiozia.</p>
<p><span id="more-510"></span></p>
<p>                                                                                                          Lucia Cutuli</p>
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		<title>Sul declino degli studi classici</title>
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		<pubDate>Sun, 10 May 2020 10:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul declino degli studi classici Su Repubblica del 30 settembre è stato pubblicato un articolo del professore Bartezzaghi e una brevissima intervista al professore Canfora a proposito del “crollo” delle iscrizioni al liceo classico. Il primo ha esposto – in &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/sul-declino-degli-studi-classici/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul declino degli studi classici<br />
Su Repubblica del 30 settembre è stato pubblicato un articolo del professore Bartezzaghi e una brevissima intervista al professore Canfora a proposito del “crollo” delle iscrizioni al liceo classico. Il primo ha esposto  – in maniera un po’ “timida” e riduttiva, a mio parere – le ragioni di questa “fuga dalla cultura umanistica”; al secondo si è  concesso pochissimo spazio. Magari fosse stato pubblicata una sua  analisi complessiva della situazione, approfondita e documentata come sono di solito i suoi scritti.<br />
Che le iscrizioni al classico diminuiscano non è, in sé, un fatto negativo. Gli studi classici sono per natura elitari, e riservati agli appassionati. Come la musica, o l’arte. Finalmente genitori insensati smetteranno di costringere figli riluttanti a imparare a memoria nozioni ostiche, perché estranee ai loro reali interessi. Finalmente! Però … il problema non è l’addio a Tacito o a Cicerone (o a Omero, o a Tucidide). Il problema è ben più complesso, e riguarda il modello di cultura che si intende trasmettere alle giovani generazioni (e che riguarda, più in generale, il modello di società che si intende costruire).<br />
Checché se ne dica, il liceo gentiliano era una scuola di eccellenza, decisamente superiore ai modelli di scuola di altri paesi da noi stupidamente considerati “più avanzati” e civili (1). Sarebbe stato sufficiente introdurre piccole modifiche (incremento delle materie scientifiche e di UNA lingua straniera), fare di tutto perché questo indirizzo di studi fosse accessibile a chiunque avesse propensione e interesse autentico per il classico, a prescindere dall’estrazione sociale … E invece no. Da venti anni circa si è iniziato a smantellare con  pervicacia il modello di cultura  umanistica, per sostituirlo con un altro, scopiazzato soprattutto dalla scuola americana e dalla cultura anglosassone. Caratteristiche fondamentali di questo modello sono:<br />
-	L’ignoranza più crassa e totale del passato, anche di quello recente (2), la distruzione sistematica e totale del sapere storico. Ai ragazzi viene sistematicamente impedito di acquisire due categorie fondamentali del pensiero umano (di quello evoluto, almeno): il tempo e lo spazio (perché anche la geografia è stata di fatto eliminata dai programmi scolastici)<br />
-	Insieme alla conoscenza e alla riflessione sul passato viene radicalmente minato il pensiero critico, la consapevolezza delle nostre e delle altrui radici, la capacità di organizzare le proprie conoscenze in un insieme organico e sistematico, la capacità di “leggere” i fenomeni del nostro tempo , e, in sintesi, anche la “virtù” politica (non a caso i Greci e i Latini consideravano lo studio della storia come una forma di prosecuzione dell’attività politica). Al sapere storico, necessariamente problematico e relativo, si sostituiscono le certezze “assolute” di un (presunto) sapere tecnico – scientifico, fatto di nozioni indiscutibili: vedi la mania dei test (spesso non esenti da sciocchezze madornali) in cui la risposta “giusta” è una sola – tertium non datur – come preteso strumento di selezione dei “migliori” (cioè, il più delle volte, di persone che hanno come virtù principale un’eccellente memoria, insomma degli “enciclopedici ignoranti”)<br />
-	L’ignoranza generalizzata della lingua italiana, causa principale dell’impossibilità, per i docenti di lingue vive e di lingue morte, di esercitare il loro mestiere: non può apprendere nessuna lingua, né antica né moderna, chi non possiede una lingua madre. Quindi è inevitabile la decadenza del latino e del greco (come si possono insegnare la consecutio o gli aspetti verbali del greco a chi non sa usare, o più spesso ignora del tutto i verbi italiani ? ) Non è una questione di metodo, e sono ridicolmente inefficaci quei (sedicenti) metodi “moderni” e “facili” con i quali si pretende di “rinnovare” la didattica del greco o del latino. Si può forse imparare a suonare Mozart o Beethoven in modo facile, senza fatica? Non ha senso la ricerca del facile e del piacevole. E’ la passione a far superare gli ostacoli, a spingere a ulteriori conquiste in un percorso difficile. Non si possono leggere i tragici, né i filosofi, né i grandi del passato, senza un lungo studio e un paziente esercizio. Ne vale la pena. Ma è ugualmente impossibile imparare una lingua moderna in modo decente, senza studiare il funzionamento di un codice differente e senza “trasferirsi” – con studio e fatica &#8211; in un universo mentale e in un contesto diversi dai nostri (a meno che il “modello” di riferimento non sia costituito dai nostri politici, che sfidano impavidi il ridicolo ogni volta che dicono due parole in inglese). Le responsabilità di questo degrado sono equamente divise tra destra e sinistra. Particolarmente colpevoli una certa pseudocultura progressista, residuato del peggio degli anni Settanta (Marx, però, leggeva tranquillamente in lingua originale Democrito e Appiano !) e certi “luminari” della linguistica, i quali, scambiando il mondo della scuola reale con il piccolo orticello delle loro ricerche universitarie, hanno tuonato per decenni contro l’insegnamento della grammatica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.<br />
-	La superficialità, l’approssimazione, la ricerca del “moderno” a tutti i costi, il fastidio per “l’antico” : se, ad esempio, un docente – gufo pensa di mettere in scena con gli studenti una tragedia greca, bisogna“mescolarla”con una riscrittura moderna dello stesso dramma, ad esempio “contaminando” l’Antigone di Sofocle con quella di Anouilh: risultato inevitabile, un mostriciattolo privo di senso. Ma perché mai a un ragazzo di diciassette o diciotto anni dovrebbe risultare più comprensibile la problematica di un intellettuale vissuto nella Francia collaborazionista degli anni ’40, rispetto a quella dell’Atene classica? Il passato è una poltiglia uniforme, ai suoi occhi,  senza sostanziale differenza tra un passato recentissimo e uno remoto di millenni.<br />
La catastrofe della scuola non è iniziata con i ministri berlusconiani. Essi hanno solo completato l’opera di devastazione efficacemente iniziata da Berlinguer: la diversa distribuzione dei periodi storici da studiare nell’arco del biennio e poi del triennio, con la motivazione (illusoria) di attribuire maggiore importanza alla storia contemporanea ha, di fatto, azzerato tout court l’insegnamento della storia intera. Perché essa, come la natura, non “fa salti”, e non è possibile insegnare a bambini provenienti dalla media, in soli due anni, neanche per cenni essenziali, oltre tre millenni di storia (se si esclude la preistoria), cioè dalle grandi civiltà orientali ai Comuni. Ma, soprattutto, gli adolescenti non possiedono i “pre –requisiti”mentali, e bisogna aiutarli a conquistarseli. L’insegnamento della storia è il più faticoso, lungo e difficile in assoluto. Il biennio gentiliano prevedeva solo la storia antica (due ore settimanali, e altre due ore per la geografia dei continenti extraeuropei), e di fatto costituiva un’ indispensabile operazione propedeutica allo studio successivo: acquisizione delle categorie spazio – temporali, logiche (causa – effetto), abitudine alla problematicità e all’indagine “scientifica” (analisi delle fonti), apprendimento di uno schema cronologico generale in cui inserire eventi e personaggi erano  premesse indispensabili allo studio delle epoche più recenti. Ora si insegna “geostoria” in sole tre ore settimanali: preistoria, storia antica e medioevale in uno strano cocktail con nozioni elementari di geologia e geografia: il risultato è un guazzabuglio mentale di cui i ragazzi non sono certo i principali responsabili. Poi ci si scandalizza o si ride delle “perle”dei nostri maturandi.<br />
Con  la Moratti e la Gelmini, è stata la catastrofe: l’assurda frammentazione delle cattedre ha comportato una folle parcellizzazione del sapere, ostacolando, negli adolescenti, l’acquisizione di ogni capacità di sintesi e di organizzazione di ciò che hanno appreso. Poi è venuta la “buona scuola” di Renzi e della sua ministra (di cui non ricordo nemmeno il nome: ricordo solo una sua esortazione &#8211; degna di Maria Antonietta &#8211;  all’utilizzo del tablet, nel corso di una sua visita a Catania, agli alunni di una scuola – ghetto, che spesso non sono in grado nemmeno di comprare i libri): dopo di loro non crescerà più l’erba, e occorreranno decenni per cancellare gli effetti funesti di questa distruzione delle menti giovanili. Forse in un lontano futuro i paleoantropologi  si arrovelleranno per capire come mai i nostri resti fossili mostrano un’ evidente involuzione rispetto a quelli dell’Homo Sediba.<br />
A questo punto è inevitabile la domanda: cui prodest? A quale disegno politico è funzionale il rimbecillimento generale, la dequalificazione della scuola, l’umiliazione dei docenti, la diffusione dell’ignoranza? A chi giova assumere l’azienda come paradigma della società intera? Non diventa lecito, a questo punto, sospettare che tutto ciò sia l’effetto di una ristrutturazione del capitalismo nostrano, straccione e ottuso? La distruzione della Costituzione, la cancellazione dei diritti, la creazione di “caporali” (proprio nel senso dell’espressione di Totò) in ogni campo sono segni dello stesso fenomeno.<br />
“ … Loro capiscono che la stupidità, la ribalderia,  la complice benevolenza della canaglia giova di più che la virtù, la saggezza e ostilità della gente per bene. Naturalmente uno stato dove si vive così non è lo stato ideale! Però è proprio questo il modo migliore per difendere il loro potere.<br />
(La citazione , di un’attualità sconvolgente, è tratta dall’Athenaion Politeia del Vecchio Oligarca, irriducibile avversario della democrazia nell’Atene classica. La traduzione, ovviamente, con qualche lieve modifica, è di Canfora).<br />
                                                                                         Lucia Cutuli</p>
<p><span id="more-592"></span></p>
<p>(1)	L’ho potuto constatare personalmente a scuola, in occasione dei numerosi “scambi culturali” con studenti di altri paesi. I miei alunni andavano all’estero per studiare la lingua. Gli studenti di madrelingua inglese nostri ospiti non imparavano una sola parola di italiano  (a parte certe espressioni colorite tipicamente sicule) e non erano in grado di reggere quattro – cinque ore di lezioni normali.<br />
(2)	Certe “perle” riportate dai giornali non mi stupiscono affatto. Per uno studente medio Mussolini e Crizia (il leader dei Trenta Tiranni ateniesi) possono essere tranquillamente contemporanei. Ha suscitato scalpore la battuta della novella Miss Italia, secondo la quale le donne, durante la seconda guerra mondiale, non correvano pericolo. Io non mi stupisco affatto: è la tipica risposta della studentessa che ha preparato un argomento da portare agli esami. Aveva “studiato”(i ragazzi direbbero “approfondito”) la seconda guerra mondiale, e quindi era ovvio che citasse quel periodo storico (se questa è la sua conoscenza di un periodo storico tremendo, non oso immaginare il resto!). Prevedo per lei una futura brillante carriera politica.<br />
                                                                                                    Lucia Cutuli</p>
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		<title>Italiano ginnasio: IL PUZZLE (esercizio sulla struttura di un testo)</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 00:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa: uno dei problemi più rilevanti, in IV ginnasiale, è quello di riuscire a insegnare come strutturare un testo (di natura argomentativa o di analisi : il classico &#8220;tema&#8221;. insomma). Spesso gli adolescenti scrivono tutto ciò che viene loro in &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/italiano-ginnasio-il-puzzle-esercizio-sulla-struttura-di-un-testo/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Premessa: uno dei problemi più rilevanti, in IV ginnasiale, è quello di riuscire a insegnare come strutturare un testo (di natura argomentativa o di analisi : il classico &#8220;tema&#8221;. insomma). Spesso gli adolescenti scrivono tutto ciò che viene loro in mente senza seguire un ordine preciso, in maniera &#8220;casuale&#8221;, in modo tale da creare quello che io chiamo &#8220;l&#8217;effetto elenco&#8221;, un&#8217;affermazione dopo l&#8217;altra (poi c&#8217;è &#8230;). Questo esercizio ha lo scopo di intervenire su quella che la retorica antica chiamava &#8220;dispositio&#8221; : dati già da me i contenuti (eliminato, quindi, per il momento, il grosso problema della &#8220;inventio&#8221; ), ma in modo frammentario e caotico, bisogna disporli in modo tale da ottenere un testo logicamente ordinato e coerente, inserendo, infine, gli opportuni connettivi per dare coesione al discorso. Importante: il testo del puzzle deve essere stampato su una sola facciata di ciascun foglio, in modo tale che sia possibile ritagliare i vari &#8220;pezzi&#8221;.</p>
<p><span id="more-179"></span></p>
<p style="text-align: justify;">                                                           IL PUZZLE</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono alcune mie osservazioni sul canto VI dell&#8217;Eneide. Ma le ho scritte in modo disordinato, alla rinfusa, man mano che le idee mi venivano in mente. Mettete in ordine i vari &#8220;pezzi&#8221; (contrassegnati da  un numero), seguendo questo procedimento:</p>
<p style="text-align: justify;">- ritagliate con le forbici ciascun pezzo;</p>
<p style="text-align: justify;">- mettete insieme i &#8220;pezzi&#8221; che trattano lo stesso argomento, in modo da ottenere diversi mucchietti: ciascuno di essi costituirà un punto dello schema del discorso;</p>
<p style="text-align: justify;">- cercate di disporre tutti i pezzi secondo un ordine logico e coerente, magari incollandoli su un foglio bianco, oppure appuntando il loro numero di serie nell&#8217;ordine  che ritenete più appropriato (ad esempio: al primo posto il pezzo n.7, al 2°  il pezzo n.12, e così via).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine verrà fuori un discorso magari logico e ordinato, ma fatto di PEZZI STACCATI. A questo punto, rielaborate l&#8217;intero discorso, inserendo i CONNETTIVI OPPORTUNI (o anche intere frasi che fungano da elementi di collegamento) e, se credete, cambiate, modificate, tagliate. Insomma, dovete ottenere un discorso logicamente organizzato, i cui singoli &#8220;pezzi&#8221; siano perfettamente connessi tra loro.Ovviamente, non esiste un&#8217;unica soluzione &#8220;giusta&#8221;. Le combinazioni possono essere moltissime.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Il canto VI è il più augusteo del poema: Virgilio riesce, senza mostrarsi cortigiano e adulatore, ad esaltare Augusto, la sua opera politica, la sua ideologia. Riesce a fondere mito e storia: inserisce la storia &#8211; sotto forma di profezia &#8211; nella vicenda mitica.</p>
<p style="text-align: justify;">2) L&#8217;idea di passare in rassegna i propri futuri discendenti avrà fortuna nella letteratura europea: la ritroviamo nel Macbeth di Shakespeare. Il protagonista, che si è macchiato di orrendi delitti pur di conquistare il potere, chiede alle streghe di fargli conoscere il suo futuro. Con suo grande disappunto, vedrà sfilarsi davanti i futuri re, discendenti dell&#8217;uomo che egli ha fatto assassinare. Non suoi: egli non avrà discendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Non è casuale il fatto che Augusto ci viene presentato insieme a Numa, il re pacifico e saggio, mentre Cesare è associato a Romolo: Romolo ha fondato Roma, ma a prezzo del fratricidio e di innumerevoli guerre; anche Cesare ha, in un certo senso, ri &#8211; fondato Roma,  facendola diventare da &#8220;polis&#8221; qual era, capitale di un vasto impero. Ma il prezzo è stato tremendo: la guerra fratricida che lo ha contrapposto a Pompeo. Augusto, invece, ha riportato la pace, ha ristabilto le leggi e le antiche tradizioni degli avi. Insomma, Augusto è, agli occhi di Virgilio, un nuovo &#8220;Numa&#8221;, il restauratore dei valori dell&#8217;antica repubblica romana (il &#8220;mos maiorum&#8221;, i costumi degli avi). Per questo motivo egli è inserito, nella rassegna, tra gli uomini illustri di età repubblicana.</p>
<p style="text-align: justify;">4) Il viaggio di Enea nell&#8217;oltretomba costituisce il modello letterario della &#8220;discesa nell&#8217;Inferno&#8221; di Dante, il quale, non a caso, sceglie come guida proprio Virgilio, simbolo della ragione umana. Numerosi sono gli elementi che Dante &#8220;prenderà in prestito&#8221; dall&#8217;aldilà virgiliano, rielaborandoli e inserendoli nella sua concezione cristiana del cosmo e dell&#8217;aldilà: il vestibolo,la voragine infernale, i mostri guardiani, le eroine morte per amore, certe categorie di dannati, Caronte. Nel Paradiso sarà Cacciaguida, il trisavolo di Dante, a predirgli il futuro esilio e a rievocare, con rimpianto, l&#8217;antica Firenze, &#8220;sobria e pudica&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">5) Sarebbe interessante esaminare il VI canto &#8221; alla luce del folclore&#8221;: numerosi sono gli elementi comuni all&#8217;uno e all&#8217;altro. La &#8220;catabasi&#8221; (o discesa nel regno dei morti) ha un ruolo rilevantissimo nei riti dei popoli &#8220;primitivi&#8221; : nei riti di iniziazione il futuro capo o l&#8217;aspirante sciamano affrontano questo viaggio difficile e pericoloso, per ricevere dalle anime degli antenati le doti eccezionali, magiche, necessarie al loro ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">6) Anche nella fiaba di magia l&#8217;eroe ( o l&#8217;eroina) deve affrontare il viaggio per &#8220;il regno in capo al mondo&#8221;, viaggio dal quale, di solito, non si ritorna. Solo l&#8217;eroe può tornare vittorioso, grazie ai dono magici che gli sono stati forniti dall&#8217;aiutante: questi oggetti servono aneutralizzare i pericolosi mostri &#8211; custodi. Nella fiaba italiana di Prezzemolina, ad esempio, ritroviamo i tre pani da gettare ai ferocissimi cani che fanno la guardia al castello della fata MOrgana: quei pani sono l&#8217;equivalente fiabesco della focaccia drogata che la Sibilla offre a Cerbero.</p>
<p style="text-align: justify;">7) Il lungo discorso di Anchise sull&#8217;anima del mondo e sulla reincarnazione rivela l&#8217;influsso delle idee orfiche e pitagoriche sull&#8217;ideologia virgiliana. L&#8217;Orfismo &#8211; come è noto &#8211; era una religione misterica (veniva rivelata solo agli iniziati), che si era diffusa in Grecia nell&#8217;età arcaica. Secondo gli Orfici, il corpo, elemento materiale e negativo, era la prigione dell&#8217;anima, elemento spirituale e divino. Idee simili, sotto certi aspetti, si ritrovavano nella filosofia di Pitagora (VI sec. a. C.). Virgilio appare qui ormai lontano dall&#8217;epicureismo giovanile.</p>
<p style="text-align: justify;">8) Il &#8220;modello&#8221; al quale si ispira Virgilio per la composizione del VI canto dell&#8217;Eneide è, come sempre, l&#8217;epica omerica, e, precisamente , la Νεκυια (λ), cioè la catabasi di Odisseo. Si tenga però presente che λ è uno dei canti più compositi e rimaneggiati del poema. Gli studiosi, concordemente, ritengono che esso sia opera di almeno due autori diversi, vissuti in epoche differenti, come appare chiaro anche a una lettura superficiale del testo.</p>
<p style="text-align: justify;">9) Il VI canto può essere suddiviso in tre sequenze: la prima è costituita dai preparativi per la discesa agli Inferi (vv. 1 &#8211; 261), culminanti con il ritrovamento del ramo d&#8217;oro; la seconda  comprende il viaggio per il regno dei morti (vv,262 e ssgg) e raggiunge il suo apice emotivo nell&#8217;incontro con Didone e con Deifobo; la terza &#8211; la più importante &#8211; è costituita dalla profezia di Anchise e dalla sfilata dei discendenti di Enea.</p>
<p style="text-align: justify;">10) Ispirandosi proprio al VI canto dell&#8217;Eneide, l&#8217;antropologo Frazer intitolò &#8220;Il ramo d&#8217;oro&#8221; la sua opera più famosa (1911), che tratta &#8211; come afferma l&#8217;Autore &#8211; della magia e della religione. Dall&#8217;analisi di riti, usanze, materiale folclorico proveniente da ogni parte d&#8217; Europa, Frazer giunge alla conclusione che il ramo d&#8217;oro non sia altro che il vischio, pianta magica per eccellenza: &#8221; Certo Virgilio non lo identifica con il vischio, ma glielo paragona soltanto; tuttavia questo può essere un modo pratico per circondare di mistica aureola l&#8217;umile pianta. O, più probabilmente, la sua descrizione si basava sopra una superstizione popolare, che in certi momenti il vischio splendesse tutto di una soprannaturale aureola d&#8217;oro &#8230; o forse il nome  (di &#8220;ramo d&#8217;oro&#8221;) può derivare dal ricco color d&#8217;oro che prende un ramo di vischio qualche mese dopo essere stato tagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">11) C&#8217;è una grande differenza tra l&#8217;aldilà di Omero e quello di Virgilio: nel primo c&#8217;è una visione più semplice, per certi versi più &#8220;primitiva&#8221; della vita e della morte: nessuna visione provvidenziale, nessuna scintilla divina, nessuna &#8220;anime del mondo&#8221; allevia la triste condizione dei morti, pallide ombre dolenti, che rimpiangono la vita (qualsiasi tipo di vita: anche la vita miserabile dei teti è preferibile alla condizione dei defunti; lo afferma Achille,, proprio lui, che aveva scelto una vita breve e gloriosa anziché una vita lunga e tranquilla, ma oscura!) Ciò che conta è la vita, con i suoi valori. In quanto ai morti, non sono né puniti né premiati nell&#8217;aldilà. Ogni concetto di giudizio morale è estraneo all&#8217;oltretomba omerico, per lo meno al primo (in realtà, nel canto XI ci sono due diversi regni dei morti, tra loro inconciliabili): l&#8217;accenno a Minosse (vv. 567 e ss.), ai peccatori e alle loro pene è da considerarsi spurio, cioè aggiunto più tardi, e composto da un autore diverso dal Poeta dell&#8217;Odissea. Lo stesso dicasi per il catalogo delle eroine (λ 225 &#8211; 332), pezzo a sé stante, inserito nel canto XI chissà da chi e in quale epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">12) Non si comprende bene la funzione che riveste, nel contesto del VI canto, la descrizione del fregio aureo sui battenti dal tempio cumano di Apollo: la si può confrontare con la descrizione del fregio sul tempio di Cartagine: Ma nel I canto essa aveva una funzione poetico &#8211; narrativa precisa: richiamare il tema del dolore per la patria perduta; qui c&#8217;è,forse, il gusto &#8211; tipico della poesia alessandrina &#8211; della ekphrasis (cioè della descrizione di opere d&#8217;arte): Forse c&#8217;è anche un nesso tra la vicenda di Enea, profugo in Italia, e quella di Dedalo, costretto, anche lui, a rifugiarsi in Italia per sfuggire all&#8217;ira di Minosse. La leggenda di Dedalo doveva essere molto diffusa nella regioni della Magna Grecia, Forse, tra il cretese Dedalo e il troiano Enea c&#8217;era anche un&#8217;affinità di stirpe (cfr. III, 103 &#8211; 1115): era opinione diffusa tra gli antichi  (lo testimonia Erodoto) che i Troiani avessero origini cretesi. E anche tra i moderni , c&#8217;è chi (Palmer) sostiene la stessa tesi.</p>
<p style="text-align: justify;">13) I morti di Omero abitano in un mondo molto meno definito di quello virgiliano: &#8220;paese delle nebbie&#8221; e &#8220;prato di asfodeli &#8221; sono le uniche indicazioni che ci fornisce il testo. Per evocare i morti, basta celebrare i sacrifici e scavare una fossa, facendovi scorrere il sangue delle vittime: più primitivo e più orrido, l&#8217;Ade omerico non ha né vestibolo, né voragini, né palazzi, né mostri &#8211; custodi. Odisseo non &#8220;entra&#8221; nell&#8217;Ade: la fossa rappresenta simbolicamente l&#8217;ingresso nell&#8217;altro mondo: Ma l&#8217;eroe non vi entra. Sono i morti che emergono, per breve tempo, nel mondo dei vivi. Ma per potere parlare, hanno bisogno di bere il sangue, simbolo della vita: Ci troviamo qui in presenza di una concezione molto antica: i morti sono pallide ombre senza voce, non &#8220;anime&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">14) Secondo  Frazer, il vischio è una pianta magica perché si trova in una posizione intermedia tra cielo e terra: infatti cresce sugli alberi (è una pianta parassita); ed è sacro, perché associato al culto della quercia (albero su cui cresce solitamente): la quercia è l&#8217;albero del sole, sacra a Zeus (per i Greci), a Giove (per i Romani), insomma al dio &#8211; sovrano del cielo delle popolazioni indoeuropee. Il vischio è, quindi, anch&#8217;esso, la pianta del sole. Anzi, esso contiene in sé  &#8221;il seme del fuoco e della luce&#8221;. Per questo motivo Enea, &#8220;viandante sperduto nelle tenebre sotterranee&#8221; ha bisogno del ramo d&#8217;oro che gli serva &#8220;da lampada per rischiarare i suoi passi&#8221; e da &#8220;arma&#8221; di difesa &#8220;contro gli  spaventosi spettri che gli avrebbero attraversato la strada&#8221; (Frazer, op. cit. p. 1085 &#8211; 1086).</p>
<p style="text-align: justify;">15) Sarebbe significativo stabilire un confronto tra le figure che fungono da mediatrici tra il regno dei vivi e quello dei morti: nell&#8217;Odissea è Circe, la maga (erede della preistorica πóτνια θηρων); nell&#8217;Eneide è la Sibilla, sacerdotessa &#8220;speciale&#8221;, che custodisce l&#8217;ingresso dell&#8217;Averno e viene invasata dal dio; nel folclore è la strega del bosco ( o il &#8220;signore dagli animali&#8221; o altre figure equivalenti); le streghe tornano nel Macbeth di Shakespeare, sempre con la stessa funzione di intermediarie tra vivi e defunti, e di rivelatrici del futuro. Per Dante il discorso è più complesso: i mediatori sono diversi (Beatrice e Virgilio) e appartenenti al mondo cristiano &#8211; medievale. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.</p>
<p style="text-align: justify;">16) Nel folclore ritroviamo, puntualmente, tutti gli elementi costitutivi dell&#8217;aldilà virgiliano: il bosco oscuro e l&#8217;acqua, come elemento di confine tra  regno dei vivi e regno dei morti; l&#8217;intermediaria che vive nel bosco, in un antro o in una capanna; il viaggio in barca, i mostri custodi (Cerbero, l&#8217;Idra ecc. sono gli antenati del drago medievale); e, in particolare, l&#8217;oro, il colore dell&#8217;oro come caratteristica del &#8220;regno in capo al mondo&#8221; (v. Propp &#8220;Le radici storiche dei racconti di magia&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">17) A livello strutturale, vi è affinità tra λ e il canto VI dell&#8217;Eneide: Virgilio riprende la materia omerica, rielaborandola in modo originale. Ulisse incontra Elpenore, morto a sua insaputa e rimasto insepolto; allo stesso modo Enea incontra Palinuro: Ulisse incontra il vate Tiresia e l&#8217;ombra della madre; in Virgilio è Anchise, padre dell&#8217;eroe, che rivela il futuro destino di Roma. assommando in se stesso la funzione affettiva (che nell&#8217;Odissea  spetta ad Anticlea, la madre di Ulisse) e quella profetica. Ulisse incontra personaggi della sua vita passata (Agamennone e Aiace, il quale, sdegnato con lui &#8211; perché all&#8217;Itacese erano state assegnate le armi di Achille, onore che Aiace riteneva spettasse a lui; e per questo si era  suicidato  - non gli rivolge la parola). Anche Enea incontra Deifobo e Didone: Il primo gli racconta la sua triste fine, causata dal tradimento della moglie Elena (sorte analoga toccata ad Agamennone); la seconda si allontana in silenzio, senza rivolgere nemmeno uno sguardo al suo ex amante, per colpa del quale si è suicidata. Odisseo poi vede le celebri eroine dell&#8217;antichità (lo stesso succede ad Enea) e alcuni celebri peccatori, condannati a pene diverse da Minosse, giudice infernale. Il che si ritrova nell&#8217;Eneide (Virgilio, ovviamente, non si pone problemi di autenticità, a proposito del canto XI dell&#8217;Odissea: se ne serve come di un modello, senza chiedersi se è opera di uno o più autori).</p>
<p style="text-align: justify;">18) Nella &#8220;filosofia&#8221; virgiliana relativa alla sorte delle anime appare determinante anche : ne l&#8217;influenza di Platone: nella &#8220;Repubblica&#8221;, Platone narra il mito di Er. Morto e ritornato in vita, Er riferisce ciò che ha visto nel mondo dei morti: le anime si incarnano in corpi umani (o di animali), vivono una vita mortale, quindi tornano, per mille anni, nell&#8217;aldilà, in attesa di reincarnarsi. Durante tale periodo, devono purificarsi dalle colpe commesse nel corso della loro vita terrena. Infine, dopo avere bevuto l&#8217;acqua del Lete. che dà loro l&#8217;oblio del passato, sono pronte ad affrontare una nuova vita, incarnandosi in un nuovo essere, da loro scelto. Er ha veduto le anime raccolte nella pianura del Lete e ha riconosciuto tra loro personaggi illustri o malfamati della leggenda e della storia. Come si può notare, la somiglianza con il canto VI dell&#8217;Eneide è molto rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;">19) I temi dominanti nel canto VI dell&#8217;Eneide sono quelli fondamentali dell&#8217;intera opera: tra questi, domina l&#8217;esaltazione di Roma e del principato augusteo. Il ricordo e il dolore per la patria perduta sono sempre presenti, ma non più come una piaga sanguinante, bensì come un prezzo  che si è dovuto pagare per il raggiungimento di un fine superiore. Il passato è ormai morto: è il futuro che domina, che ha preso il sopravvento su qualsiasi altro sentimento umano. L&#8217;incontro con Didone, poi con Anchise, non è privo di commozione e di malinconica nostalgia. Ma si tratta di qualcosa di secondario, di marginale, rispetto all&#8217;importanza della missione assegnata all&#8217;eroe dal Fato &#8211; Provvidenza. In questo canto più che mai Enea è tutto dedito al suo compito: egli non appartiene più a se stesso, nulla gli appartiene, né passioni, né ricordi, né rimpianti. Vive solo per la missione che deve compiere: dare origine alla stirpe romana.</p>
<p style="text-align: justify;">20) Tra la rassegna degli eroi omerici, e quella degli uomini illustri, nell&#8217;Eneide, c&#8217;è una profonda differenza: ai primi è solo affidata una pessimistica riflessione sui destini individuali: la vanità della gloria, ricercata e ambita per tutta la vita, a prezzo addirittura della vita stessa (e poi si scopre che non ne valeva la pena: la vita è l&#8217;unica cosa che conta); l&#8217;impossibilità di fidarsi del prossimo, e in particolare delle donne &#8230;non c&#8217;è nulla di profetico, nelle loro parole. Non hanno niente _ a parte Tiresia, che, comunque, si occupa esclusivamente della sorte individuale dell&#8217;eroe &#8211; da rivelare a Odisseo. Al contrario, la rassegna degli uomini illustri è il cuore del poema virgiliano: la storia antica, o contemporanea al Poeta fa irruzione nella vicenda mitica. Tutto ciò è tipicamente romano: si pensi alle &#8220;imagines maiorum&#8221; che ornavano il vestibolo delle case; ai busti di gesso, veri e propri calchi delle sembianze dei defunti, che venivano portati in processione durante i funerali dei patrizi; alle statue che sorgevano nei luoghi pubblici; all&#8217;enumerazione degli esempi degli uomini illustri, frequente nei discorsi degli oratori e degli storici latini.</p>
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		<title>La percezione del tempo e dello spazio ne I Malavoglia</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 19:55:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La nozione di tempo, nel senso in cui oggi viene comunemente intesa, è estranea all’orizzonte mentale dell’anonima voce popolare cui Verga affida il racconto delle vicende dei Malavoglia. Questa voce narrante è espressione di un mondo “primitivo” che ha del &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/la-percezione-del-tempo-e-dello-spazio-ne-i-malavoglia/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La nozione di tempo, nel senso in cui oggi viene comunemente intesa, è estranea all’orizzonte mentale dell’anonima voce popolare cui Verga affida il racconto delle vicende dei Malavoglia. Questa voce narrante è espressione di un mondo “primitivo” che ha del tempo una percezione elementare e indefinita, fondata sui ritmi naturali del giorno e della notte, e sull’alternarsi delle stagioni, che si ripetono sempre uguali a se stesse: una dimensione, in un certo senso, atemporale e  immobile, che possiamo definire il tempo della tradizione (da che mondo è mondo, sempre… sempre), tale però da suggerire precise norme comportamentali (il rispetto dei valori dell’antica società rurale patriarcale) alle quali adeguarsi. Il divenire storico, il presente, è visto come decadenza e involuzione rispetto a un passato mitizzato e idealizzato (Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi sulla strada vecchia di Trezza… Adesso non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni&#8230; Ora che i cristiani avevano imparato a mangiare carne il venerdì come tanti turchi… Ai miei tempi non c’erano tanti lampioni, né tante scuole… e si stava meglio… La ferrovia da una parte e i vapori dall’altra. A Trezza non si può più vivere, in fede mia!)<br />
È l’orizzonte temporale in cui affonda le sue radici la sapienza popolare, espressa nei proverbi (Il mare è amaro, e il marinaio muore in mare… Il tempo si porta via le cose brutte come le cose buone… Un tempo si diceva: ”Ascolta i vecchi e non sbagli”). La deroga da questa saggezza tradizionale conduce al fallimento e alla rovina. Tutta la vicenda dei Malavoglia è proprio un tentativo di sfuggire a questo “destino immutabile”, tentativo che si conclude con la sconfitta (Chi lascia la via vecchia per la nuova…) di tutti coloro che cercano di sottrarsi alla loro condizione. Si salvano solo Alessi e Nunziata, perché ricostituiscono la situazione originaria, tornano, cioè, alla situazione di partenza.<br />
Affine e strettamente connesso a quello della tradizione è il tempo della consuetudine, di tutto ciò che si ripete abitualmente, come i gesti umani (il sabato poi, quando arrivava il giornale… don Franco spingevasi sino ad accendere mezz’ora, ed anche un’ora di candela… Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta e si accoccolerà sull’uscio a cominciare la sua giornata…) e i fenomeni atmosferici legati alle stagioni o alle ore del giorno e della notte (Quando era maltempo, o che soffiava il maestrale… Sull’imbrunire, come la Provvidenza tornava a casa…)<br />
Il trapasso al tempo del racconto, che indica di solito un peggioramento della situazione, è costituito da avverbi quali “adesso… ora… finalmente… intanto…” o da locuzioni temporali (Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni…  il giorno dopo… finalmente arrivò da Napoli la prima lettera… dopo un po’ di tempo… Intanto l’annata era scarsa… una volta… una sera…).<br />
Il tempo del racconto è quello percepito da una comunità “primitiva”, privo di riferimenti cronologici precisi come li intendiamo noi oggi (l’anno è indicato solo in quanto legato a eventi memorabili, come ad esempio l’anno del terremoto).<br />
Un tempo scandito:<br />
	dai ritmi naturali del giorno e della notte o dalle consuetudini e dalle feste religiose (un’ora di notte… era suonata da poco l’Ave Maria…);<br />
	dall’alternarsi delle stagioni (la sera scese triste e fredda… era una bella sera di primavera… la Pasqua era vicina… i Morti non sono ancora venuti… Bastianazzo è morto in un giorno segnalato, la vigilia dei Dolori di Maria Vergine, l’affare dei lupini viene concluso in occasione della festa della Madonna dell’Ognina, le colline erano tornate a vestirsi di verde…);<br />
	dalla posizione degli astri nel cielo (… la stella della sera era già bella e lucente… il Tre Bastoni era ancora verso l’Ognina colle gambe in aria, la Puddara luccicava dall’altra parte, cioè, rispettivamente, Venere, la costellazione di Orione – chiamata anche “I Tre Re” &#8211; e le Pleiadi: astri tipici del cielo invernale);<br />
	dai mesi e dai giorni della settimana (una brutta domenica di settembre… la prima domenica di settembre…).<br />
Anche le trasformazioni del mondo vegetale determinate dal mutare delle stagioni concorrono alla determinazione del tempo, ma non senza vistose inesattezze, che rivelano la scarsa familiarità dello scrittore &#8211; il quale viveva abitualmente a Milano – con la natura e la flora della sua terra d’origine, o il suo totale disinteresse per questi aspetti del racconto . L’unica data precisa – il dicembre del 1863 – è quella che dà inizio alla vicenda dei Malavoglia: la chiamata alla leva militare di ‘Ntoni, ed è un’indicazione cronologica che si riferisce ad un tempo diverso, estraneo alla mentalità del borgo, cioè quello che possiamo definire il tempo della storia, che ha fatto irruzione nell’arcaico, immobile mondo del borgo marinaro con l’unità d’Italia. Ma la storia dei grandi eventi politici e militari è affare degli altri che abitano “fuori regno”, “lontano”, ed è percepita dai pescatori di Trezza solo nei suoi effetti negativi: l’obbligo della leva, che sottrae alle famiglie per periodi lunghissimi le braccia più valide (Per cinque anni bisogna fare come se vostro figlio fosse morto), il dazio sulla pece, che scatena una mezza rivolta in paese,  la guerra contro un nemico di cui nessuno conosce nemmeno il nome, che costa la vita al giovane Luca (battaglia di Lissa, 20 luglio 1866), l’epidemia di colera del 1867 di cui resta vittima Maruzza la Longa. Ma queste date non vengono mai citate esplicitamente, anzi restano avvolte in un alone vago e indeterminato (quando i Malavoglia apprendono ufficialmente, alla capitaneria del porto di Catania, la notizia della morte di Luca sono trascorsi “più di quaranta giorni”). Se vogliamo ricostruire la cronologia della storia dei Malavoglia, possiamo fare affidamento su questi pochi “punti fermi”, e infine –soprattutto -, su un’altra indicazione: l’anno di nascita di Mena, e di Barbara la Zuppidda, che è sua coetanea, cioè l’anno del terremoto. In verità di terremoti, più o meno catastrofici, è costellata l’intera storia della Sicilia. Quello più congruo alla vicenda del romanzo, memorabile per i suoi effetti distruttivi, non può che essere il terremoto dell’11 gennaio del 1848. Nella primavera di quello stesso anno, presumibilmente verso la fine di maggio o l’inizio di giugno, nasce Mena. La sua età costituisce il punto di riferimento cronologico più significativo e costante per la ricostruzione della vicenda dei Malavoglia.  All’inizio, quando ‘Ntoni parte per la leva &#8211; presumibilmente, nei primi mesi del 1864 &#8211; la ragazza sta per entrare nel diciassettesimo anno (come osserva padron ‘Ntoni), cioè sta per compiere sedici anni. L’anno successivo, il 14 settembre (vigilia dell’Addolorata) del 1865, avviene il naufragio della Provvidenza. Che si tratti del 1865 si può dedurre dagli indizi disseminati nel seguito del romanzo. Nel capitolo VIII (era passato del tempo, e il tempo si porta via le cose brutte come le cose buone…) si parla del fidanzamento di Mena, che ha da poco compiuto i diciotto anni, il giorno dell’Ascensione (festa che si celebra quaranta giorni dopo la Pasqua, quindi in un periodo compreso tra la fine di maggio e l’inizio di giugno). Nello stesso giorno si sparge la voce della grande battaglia combattuta “lontano”, nella quale, come si saprà in seguito, ha perso la vita il giovane Luca (battaglia che Verga, con notevole disinvoltura, anticipa di un paio di mesi: in realtà essa fu combattuta il 20 luglio di quell’anno). Nel successivo 1867, “l’anno del colera”, muore Maruzza la Longa e il giovane ‘Ntoni, sempre più insofferente della dura vita del pescatore, parte per cercare fortuna, e poi ritorna, non sappiamo quanto tempo dopo. Nei capitoli successivi, in cui il protagonista diventa ‘Ntoni, i riferimenti temporali scarseggiano. In questo lasso di tempo si verifica il secondo naufragio della Provvidenza, in un anno imprecisato (anche in questo caso notiamo qualche incoerenza  dovuta probabilmente al fatto che questo episodio fu pubblicato a parte, nel 1881, come racconto autonomo, con il titolo di “Poveri pescatori”, prima di essere inserito nel romanzo), il “traviamento” di ‘Ntoni, il suo coinvolgimento nel contrabbando, lo scontro e il ferimento di don Michele, l’arresto e la condanna a cinque anni di carcere, la fuga di Lia. Un’ulteriore, ultima indicazione cronologica ci riporta al 1974: Mena, che ha ventisei anni, “non è più da sposare” e rifiuta la proposta di matrimonio di Alfio Mosca. Negli anni successivi (imprecisati) muore padron ‘Ntoni, Alessi riscatta la casa del nespolo e sposa la Nunziata. ‘Ntoni ritorna per dare l’addio definitivo a ciò che resta della sua famiglia, e al paese natio. Possiamo ipotizzare, come data approssimativa, il 1877 o il 1878: la vicenda dei Malavoglia, insomma, si snoda all’incirca per un arco temporale di circa quindici anni. Fin qui la ricostruzione dei fatti, fondata su pochi dati certi e alcuni indizi interni.<br />
Ma per quanto riguarda le indicazioni temporali e topografiche, come si è già detto, si possono notare nei Malavoglia “errori” vistosi , a volte probabilmente motivati da precise scelte artistiche dell’autore (a volte per essere fedeli al vero bisogna “inventare” la realtà), a volte francamente gratuiti e incomprensibili.<br />
Prima di tutti, Il Capo dei Mulini. La Provvidenza salpa dal porticciolo di Aci Trezza il 14 settembre, a un’ora di notte, dopo l’Ave Maria (cioè, verso le 19), e padron ‘Ntoni si augura che possa oltrepassare il Capo prima di mezzanotte. Cinque ore di traversata con una barca a vela, e due uomini robusti ai remi per coprire una distanza inferiore a un miglio! In realtà, posso affermare, per esperienza personale, che dal porticciolo di Trezza si può raggiungere Capomulini e addirittura oltrepassarla, anche con un piccolo canotto a remi, in poco più di un’ora, un’ora e mezza se la corrente è contraria. Viceversa, il secondo naufragio della Provvidenza si verifica all’altezza di Agnone (Bagni), davanti allo Scoglio dei Colombi, sopra il quale si trova la guardiola degli esattori del dazio. Padron ‘Ntoni, ferito, può essere riportato a casa su una barella improvvisata in meno di un’ora. Nella realtà, Agnone Bagni dista da Aci Trezza più di quaranta km, ed è una lunga spiaggia sabbiosa; lo Scoglio dei Colombi si trova a Santa Maria la Scala, sotto la timpa di Acireale, dove avrebbe senso immaginare una guardiola di doganieri sulla costa rocciosa, al di sopra dello scoglio. Una simile guardiola esiste infatti, però è ubicata da tutt’altra parte, sulla statale 114, a Pantano d’Arci, a sud di Catania (zona industriale, a circa diciotto Km da Aci Trezza): si tratta di un piccolo edificio a pianta circolare (l’ex “casello del dazio”)  oggi  utilizzato come bar, ben visibile e noto a chi si dirige verso la città, o se ne allontana in direzione di Siracusa .  Lo scrittore ha fuso insieme quattro luoghi che avevano colpito la sua immaginazione, modificando la realtà per adeguarla ai suoi fini artistici. Ma, curiosamente, lo Scoglio dei Colombi  ricompare, nelle immediate vicinanze del paese, nell’episodio del contrabbando. ‘Ntoni e i suoi complici sono acquattati nella sciara, al Rotolo (che nei Malavoglia sovrasta Aci Trezza, mentre nella realtà è una contrada nei pressi di Ognina, a qualche Km di distanza) aspettando che arrivi la barca dei contrabbandieri con la merce. Data l’oscurità fittissima, il giovane teme che l’imbarcazione trovi difficoltà ad approdare proprio sullo scoglio citato. Nel corso dello scontro con le guardie vengono esplosi dei colpi di fucile, chiaramente uditi dagli abitanti di Trezza (e quindi vicinissimi). Ma evidentemente il realismo nella descrizione dei luoghi è l’ultima delle preoccupazioni dello scrittore. O forse è il suo “punto di vista” a determinare l’errata percezione dei luoghi e delle distanze: come se lo scrittore, che aveva visitato Aci Trezza, ma viveva abitualmente a Milano, e, quando tornava in Sicilia, soggiornava a Vizzini, avesse un ricordo “deformato” dei luoghi, percependo come “più vicini” quelli ubicati a sud di Catania, e “più lontani” quelli ubicati a nord, accorciando le distanze tra Agnone e Trezza, e dilatando a dismisura quelle tra Trezza e Capomulini. Anche il mare verde come l’erba suggerisce un punto d’osservazione “dall’interno”, o almeno distante dalla costa acese. Perché il mare di Aci Trezza – e dei paesi vicini &#8211; non è mai verde, data la natura dei suoi fondali e dei suoi scogli basaltici: è proprio blu, di un intenso blu zaffiro che può diventare grigio plumbeo quando il cielo è nuvoloso, o assumere i più svariati colori del cielo all’alba o al tramonto, ma non il verde.<br />
Si ha la netta sensazione che Verga, nell’ambientazione del suo romanzo, si fondi più sui suoi ricordi che su una conoscenza puntuale dei luoghi. O forse il suo “sguardo soggettivo” su di essi  (per cui considera “vicino” quello che gli è familiare o a cui è affettivamente legato, “lontano” quello che è estraneo o meno abituale alla sua esperienza) è il risultato del suo sforzo di immedesimazione nel “punto di vista” dei suoi personaggi “primitivi”, per i quali le nozioni di vicinanza e lontananza sono labili e soggettive.<br />
Il loro piccolo mondo è costituito da Aci Trezza, il cui cuore pulsante è la piazza, con la chiesa, sui cui gradini ci si siede a chiacchierare, e il muricciolo del campanile, e il vecchio olmo, e gli ulivi, e le botteghe che si affacciano sulla piazza: l’osteria della Santuzza, la spezieria, la bottega del barbiere (il Pizzuto) e quella del  beccaio con la sua tettoia che offre riparo dalla pioggia e dal sole cocente. Tutt’intorno, disposte a semicerchio, le povere case dei pescatori (tra le quali la casa del nespolo) separate da strette viuzze (come la via del Nero).  Sotto la spianata della piazza (che non è pavimentata, bensì a “fondo naturale”), sul greto, dove sono ammarrate le barche davanti al porticciolo, si trova la fontana, e, più avanti &#8211; dove ora c’è la Capitaneria di Porto &#8211; i lavatoi. Davanti, il mare, presenza costante e quasi  umana  con i “fariglioni”. Tutt’attorno al paese, piccoli poderi coltivati (viti, ulivi, fichidindia) strappati a fatica al dominio della sciara selvaggia, fiorita di ginestre e coperta di macchia mediterranea che caratterizza la collina (che, nella topografia verghiana, è il Rotolo). La sciara si estende fino al mare, in quel breve tratto che separa Aci Trezza dalla vicina Aci Castello, di cui Trezza è sempre stata, ed è tuttora, frazione. Ma Verga ne fa due comuni autonomi . Qui, presumibilmente (altrimenti gli spari non si sentirebbero in paese) va collocato l’episodio del contrabbando e il  “vagabondo” Scoglio dei Colombi. Oltre Aci Castello, è  “vicina” l’Ognina (che dista 7,5 km da Aci Trezza), frequentata spesso dai personaggi del romanzo, e – erroneamente – Pantano d’Arci e Agnone Bagni (come si è precedentemente detto). Dalla parte opposta, a nord, è “relativamente vicina” Capomulini (per raggiungere la quale nei Malavoglia occorrono diverse ore di navigazione, ma in realtà distante tre quarti di miglio via mare, e un paio di km via terra). Relativamente vicina è Riposto, dove si può andare e da dove si può tornare con la barca in una settimana (poco più di 26 km); così pure Aci Catena, dove Alfio Mosca va a rifornirsi di vino da vendere alla Santuzza (ma Aci Catena, che è distante circa 7 km non è mai stata, nemmeno nell’Ottocento, rinomata per il vino, bensì per i suoi limoneti); così come Aci Sant’Antonio (9 Km), citata a proposito della vecchietta sorpresa e uccisa in casa dai malviventi perché aveva aperto la porta al gatto; così come Trecastagni (circa 15 km) nominata – indirettamente – per la fiera dei bovini che si teneva il giorno di S. Alfio. Come si può notare, i luoghi considerati più o meno vicini si trovano a una distanza massima di 15 km, con le eccezioni significative di Riposto (perché frequentata dai pescatori) e di Pantano d’Arci e Agnone (per una scelta “artistica” di Verga). Sono invece lontane, perché estranee al mondo dei Trezzoti, Catania, la città caotica, anzi “la città” per eccellenza, in cui è facile perdersi, in senso metaforico (Lia) e reale (padron ‘Ntoni) , che nella realtà non dista più di 10 – 11 km, e, ancor più, La Piana e Bicocca (15 – 16 km circa) dove Alfio Mosca va a lavorare in occasione dell’allestimento dello scalo ferroviario. Lontane, ma ancora entro i confini del mondo dei Malavoglia, si trovano anche Siracusa (79 km circa) e Messina (91 km), in quanto città portuali.<br />
Sono invece “fuori regno” Roma (796 km), citata solo incidentalmente, e Napoli (588 km), dove il giovane ‘Ntoni va a prestare il servizio di leva: città grande “più di Trezza e Aci Castello messe insieme” è considerata un po’ il paese della cuccagna, dove le donne vanno a passeggiare in abiti di seta, e la gente va in carrozza, e c’è il teatro di Pulcinella, e si vende la pizza …<br />
Ai “confini” del  mondo dei Malavoglia – che è costituito da città di mare &#8211;  si trovano a nord  Trieste, sempre, comunque, città portuale (1.443 km circa), e il luogo remoto di cui nessuno conosce il nome, dove si è combattuta una grande battaglia contro nemici sconosciuti (l’isoletta croata di  Lissa, 1350 km); a sud est un’altra grande città portuale, Alessandria d’Egitto (oltre i tremila km), che sembra rappresentare, per la gente del borgo, l’estremo limite del mondo conosciuto . Al di là, dove “finisce il mare”, c’è l’ignoto, o il nulla. O il “regno in capo al mondo” delle fiabe, un “altrove” meraviglioso alternativo al mondo reale, e dal quale non si torna più. Come da quell’altro  viaggio “più lontano di Trieste e di Alessandria d’Egitto”, che ha come approdo definitivo una nicchia sotto il marmo liscio della chiesa.<br />
                                                 Mariangela Agnone</p>
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		<title>Questionari sui singoli capitoli dei Promessi Sposi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 20:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Cutuli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi del testo]]></category>

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		<description><![CDATA[I PROMESSI SPOSI Questionari sui singoli capitoli Capitolo I 1) Il tempo: individua scene, sommari, digressioni, ricorso al flash – back ecc. 2) Lo spazio: delimita lo spazio geografico in cui si svolgono le vicende del romanzo. Qual è il &#8230; <a href="http://www.orbilia.it/questionari-sui-singoli-capitoli-dei-promessi-sposi/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I PROMESSI SPOSI                    Questionari sui singoli capitoli<br />
                                                      Capitolo I<br />
1)	Il tempo: individua scene, sommari, digressioni, ricorso al flash – back ecc.<br />
2)	Lo spazio: delimita lo spazio geografico in cui si svolgono le vicende del romanzo. Qual è il ruolo del paesaggio?  Puro scenario decorativo? Elemento fondamentale del racconto ? C’è relazione tra paesaggio e stati d’animo dei personaggi? Noti nelle descrizioni  del paesaggio elementi che hanno valori di simbolo, riferimenti a temi dominanti ecc.?  Analizza la celeberrima descrizione iniziale: lo stile è elevato o umile? Che linguaggio, che tipo di lessico usa il Manzoni? (rispondi citando gli esempi opportuni) Si tratta di una prosa poetica o di tipo quotidiano e discorsivo? Vi puoi individuare frasi che hanno il ritmo di versi? Se sì, quali? Vi noti delle figure retoriche? Nella parte iniziale (da “Quel ramo del lago di Como” a “ in nuovi golfi e in nuovi seni” notiamo, a livello sintattico, due blocchi compatti – principale + varie subordinate – che sembrano fronteggiarsi, collegati tra loro da una parola che funge da trait d’union.Qual è questa parola?  Lo spazio in cui è ambientata la sequenza iniziale del romanzo è, indubbiamente, un incantevole squarcio di paesaggio montano. In questo ambiente idilliaco tutto è sereno e felice? Gli abitanti di questi luoghi bellissimi vivono in armonia tra loro e con la natura (come sosteneva Rousseau)? O si insinua, anche in questo paradiso terrestre, l’ombra del male? Ritieni che Manzoni condivida il pensiero di Rousseu? Che cosa rappresenta per don Abbondio la sua casa? Per descriverla Manzoni usa lo stesso registro linguistico dell’inizio del capitolo? La descrive con la stessa minuziosa precisione o si limita a suggerircene alcune caratteristiche?<br />
3)	Individua i temi dominanti  presenti nel I capitolo<br />
4)	Qual è, a tuo parere, il ruolo della lunga digressione storica sulle gride, che interrompe l’episodio dell’incontro di don Abbondio e i bravi?<br />
5)	Analizza il dialogo di don Abbondio con i bravi, esaminandone il lessico, la sintassi, lo stile, le figure retoriche adoperate. Il registro linguistico ti sembra alto o basso? Come motivi la tua valutazione?<br />
Idem con il dialogo tra don Abbondio e Perpetua.<br />
6)	Punto di vista e tecniche narrative. Manzoni è un narratore esterno (extradiegetico) o interno (intradiegetico) al racconto? Rileggi il I capitolo segnando sul testo, a matita, i discorsi diretti, quelli indiretti, gli indiretti liberi, i monologhi interiori. Noti un solo punto di vista (quello del Narratore) o diversi? In questo caso, quali? Immagina di essere un regista e di avere con la telecamera: se dovessi fare un film, quali inquadrature sceglieresti  per riprendere il paesaggio iniziale, la passeggiata di don Abbondio e l’incontro con i bravi? Useresti un solo tipo di inquadratura fissa, dall’alto – come fa a volte Hitchcock – o ne adotteresti più di una, riprendendo alcune scene come se fossero viste attraverso gli occhi di uno o più personaggi?<br />
7)	Analizza i personaggi don Abbondio e Perpetua, prendendo in considerazione i loro tratti fisici e psichici, le loro azioni, il loro linguaggio (il che serve, tra l’altro, a definire la loro estrazione sociale), le figure retoriche da loro adoperate o a loro associate.<br />
8)	Brulichio /brulicare, ronzio /ronzare : dove e quando ricorrono questi termini?<br />
9)	Cerca i nomi alterati individuandone la funzione.</p>
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