La tarda età del bronzo: la civiltà di Pantalica

LA CIVILTA’ DI PANTALICA
TARDA ETA’ DEL BRONZO
( distinta in tre fasi: civiltà di Pantalica nord, dal 1270 al 1000; civiltà di Cassibile, dal 1000 all’850; civiltà di Pantalica sud, dall’800 al 750 a. C.)
La civiltà di Pantalica nord (1270 – 1000 a. C.)
Pantalica – ma questo è un nome di epoca bizantina: in origine, probabilmente, si chiamava Ibla – è una fortezza naturale, un monte che si eleva a dominare la valli circostanti, il canyon scavato dall’Anapo e dal suo affluente, il Calcinara, e il vasto altopiano a cui è unito dalla stretta sella di Filiporto. Il complesso archeologico – scoperto da Paolo Orsi – è uno dei più vasti e suggestivi della Sicilia orientale (80 ettari di superficie, più di 5 km. di perimetro): comprende una vastissima necropoli – circa 5000 tombe a grotticella artificiale, e i resti di un anaktoron (cioè di un palazzo principesco) che riproduce e imita, in piccolo, i palazzi micenei dell’Argolide.
La fase più antica della cultura di Pantalica, la più interessante, non mostra alcun indizio dell’arrivo di genti nuove e di nuovi apporti culturali. L’influsso miceneo è più marcato di quanto non lo fosse in precedenza, sia nei riti funebri e nella forma delle tombe (camere sepolcrali scavate nel calcare), sia nella ceramica, il cui impasto è più fine ed è – finalmente – fatta al tornio, e caratterizzata da un bel colore rosso vivo: le forme tipiche sono i grandi vasi cuoriformi su altissimo piede; le hydrie – cioè i vasi per l’acqua – panciute e dotate di quattro piccole anse, le bottiglie monoansate con un beccuccio fornito di una specie di filtro, le cosiddette teiere. Riconducibili a modelli minoico – micenei sono i grandi anelli d’oro decorati con motivi spiraliformi o con figure di pesci stilizzati o con l’occhio apotropaico ( = che scaccia il malocchio); e anche i bronzi, che ci sono stati restituiti, numerosissimi – segno che il bronzo era ormai destinato all’uso quotidiano – dai corredi funerari: pugnali, rasoi, coltellini con lama detta a fiamma, fibule ad arco semplice o ad arco di violino, caratterizzato da una specie di occhiello rotondo a un’estremità (v. foglio 3, figure B, C, D, E, F, G, H, I). Particolare interesse riveste l’anaktoron, per la tecnica di costruzione a grandi blocchi grossolanamente squadrati, per la forma rettangolare o quadrangolare degli ambienti di cui era composto, che si ispira, su scala ridotta, ai palazzi achei. Nel megaron è stato rinvenuto il grande vaso su alto piede che è un po’ il simbolo della cultura di Pantalica nord. In una stanza secondaria sono state scoperte delle forme di arenaria per la fusione di oggetti in bronzo: segno, questo, che il sovrano di Pantalica aveva il monopolio della lavorazione dei metalli: come il wanax miceneo, accentrava nelle sue mani ogni potere, e presiedeva alla vita economica del suo regno, che si estendeva dal monte Lauro fino al mare.
Dell’abitato corrispondente alla più antica necropoli (quella di nord – ovest) non si è trovata traccia: si trattava, evidentemente, di capanne costruite con materiale facilmente deperibile. Altri villaggi, di piccole dimensioni, dovevano sorgere sull’altopiano e nella zona circostante. Tra questi, il più importante era quello del sito in cui, secoli dopo, sarebbe sorte Akrai (oggi Palazzolo Acreide), la cui esistenza è testimoniata da una piccola necropoli (circa 50 tombe).
Verso il 1000 a. C. Pantalica sembra avere perduto importanza e abitanti. Ha inizio la seconda fase della tarda età del bronzo, che dal suo sito più rilevante, Cassibile, prende il nome di
Civiltà di Cassibile (1000 – 850 a. C.)
Il villaggio preistorico di Cassibile (di cui non ci è rimasto nulla) si trovava a una ventina di Km. da Noto, anch’esso situato su una montagna di difficile accesso, ai piedi della quale scorre, in uno scenario selvaggio e suggestivo, il fiume omonimo. La necropoli corrispondente comprende oltre 2000 tombe a grotticella artificiale ( segno, questo, dell’importanza dell’abitato) mentre a Pantalica le tombe risalenti a questo periodo sono pochissime.
Altre necropoli notevoli di questa fase sono quelle del Dessueri, del Mulino della Badia (presso Grammichele), di Calascibetta. Neanche qui si è trovata traccia dei villaggi.
La ceramica di questa seconda fase è quella cosiddetta piumata, simile a quella ausonia delle Eolie. Ma le forme sono diverse: solo in parte conservano le forme dell’età precedente; molte sono nuove: secchielli, piattini su alto piede (probabilmente lampade) ecc. Anche le fibule hanno una forma diversa (con arco a gomito), anch’essa riscontrabile sull’acropoli di Lipari (e non solo: fibule simili sono state trovate in Palestina). Ma gli influssi culturali più rilevanti sono di tipo occidentale: soprattutto per quanto riguarda i bronzi siciliani di questo periodo, che presentano strette affinità con quelli spagnoli, francesi e inglesi. Si tratta di rasoi quadrangolari o “a foglia”, di asce dette “a cannone”, di coltellini con manico “a occhio”. Queste analogie non sono sicuramente accidentali: esse sono dovute al commercio dei Fenici, che costituiscono, in questo periodo,il principale tramite fra Oriente e Occidente, collegando paesi tra loro lontanissimi (si tenga presente che questi sono, per la Grecia, i “secoli oscuri”; che la civiltà micenea è crollata e che il dominio dei mari è ora dei mercanti fenici). All’influsso fenicio pare si debba anche la forma della “oinochoe a bocca trilobata” (parola difficile, alla lettera “brocca versa – vino), che designa l’antenata della cannata siciliana).
La terza fase della tarda età del bronzo comprende poco più di un secolo e viene denominata
Civiltà di Pantalica sud
(850 -730 a. C. circa)
Essa è rappresentata soprattutto dalle necropoli della zona meridionale di Pantalica, Filiporto e Cavetta.
Le forme della ceramica cambiano, per influsso dello stile geometrico greco: oltre alle oinochoai a bocca trilobata, di cui si è già parlato, appaiono scodellini a profilo carenato, àskoi, boccali. Insieme alla decorazione “piumata” troviamo una decorazione a solchi paralleli eseguiti al tornio o con incisioni a stecca su fondo grigio; anche le forme delle fibule sono diverse: l’arco è più piccolo, lo spillo si allunga e si incurva; si trovano anche anelli, bottoni, spirali a disco o a cilindro (v. figura). In questo periodo Pantalica doveva avere riacquistato la primitiva importanza, testimoniata anche dalle tombe principesche, di dimensioni veramente notevoli e riecheggianti le tholoi micenee (si trovano nelle balze rocciose sottostanti all’anaktoron). Probabilmente in una di queste fu sepolto il re Hyblon, quello che concesse ai Megaresi di Lamis quel lembo di territorio su cui doveva sorgere, negli stessi anni in cui coloni corinzi fondavano Siracusa, o poco prima (735 – 734 a. C., ma la questione è controversa), Megara Hyblea.
La costa orientale, fino a quel momento poco popolata (c’era solo un gruppo di Siculi, le cui capanne – o meglio, racce di esse – sono state rinvenute sull’Ortigia, parte sotto l’attuale via Minerva, parte sotto il municipio) si accingeva ad essere letteralmente “invasa” dalle colonie greche, che avrebbero influenzato in maniera determinante la successiva fase culturale indigena ( civiltà del Finocchito, 730 – 650 a. C. circa), fino a soppiantarla del tutto. Tra queste, la più forte, Siracusa, avrebbe determinato anche il declino di Pantalica.
Queste lezioni sono una sintesi (parziale) de La Sicilia prima dei Greci, di L. Bernabò Brea, Milano 1966.

La Sicilia nell’età del rame (2)

d) L’età del rame nella Sicilia occidentale: la cultura della Conca d’Oro
Nella Sicilia nord – occidentale in questo periodo si afferma la cultura della Conca d’Oro, così chiamata dall’archeologa Marconi Bovio perché la maggior parte dei reperti proviene dalla zona di Palermo e dintorni. Meno conosciuta la fascia costiera della provincia di Trapani e quella settentrionale che si affaccia sul Tirreno.
Conosciamo questa cultura solo attraverso il ritrovamento di alcune sepolture, effettuate sia in grotte naturali che in celle scavate nella roccia (cioè di tipo orientale ) e dei loro corredi funebri. Si tratta di tombe a forno, alcune a più stanze sepolcrali (del diametro di due metri al massimo), a cui si accede dal fondo di un pozzetto verticale. In ogni celletta si trovavano diversi scheletri rannicchiati, circondati dal corredo funebre costituito da armi, vasi, strumenti di pietra e di osso, e, in un caso, anche da due idoletti fittili. Come nelle epoche più antiche, sui defunti era sparsa ocra macinata di colore rosso.
I vasi riferibili all’età del rame ( ma ce ne sono altri, di epoca successiva: le tombe erano usate per secoli) sono decorati ( stile della CONCA d’ORO) da linee o coppie di linee incise fiancheggiate da punti impressi, in modo simile allo stile di San Cono – Piano Notaro (ma le forme sono diverse: prevalgono le ollette globulari, i bocca letti con una sola ansa e i vasetti gemini. Un esemplare particolarmente rappresentativo è il bicchiere di Carini, la cui forma sembra imitare il bicchiere campaniforme della Spagna, probabile indizio, questo, di contatti tra la Sicilia occidentale e la penisola iberica. Ma gran parte dei vasi attesta anche il contatto con le culture della Sicilia orientale ( San Cono – Piano Notaro, Malpasso e Sant’Ippolito)
L’industria dell’età del rame in Sicilia
Mentre per la ceramica è possibile, grazie alla stratigrafia dei siti più rilevanti, stabilire una cronologia relativa, per le altre categorie di oggetti ciò è impossibile, perché in massima parte non sono stati rinvenuti in strati associabili a precisi stili ceramici. Essi si possono così classificare:
• amuleti : cornetti fittili
• oggetti di uso quotidiano: fuseruole, rocchetti, pesi di varie forme, cucchiai, coperchi costituiti da un disco di terracotta forato sui margini, oppure a forma di cono sormontato da una presa
• rari oggetti metallici: un pugnale, un braccialetto, un anello
• armi litiche: asce a “ferro da stiro” con foro cilindrico, teste di mazza tondeggianti con foro cilindrico (cfr. Troia, ed Egitto), accette levigate in basalto o in pietra verde, punte di freccia in selce a ritocco bifacciale, lame di selce e grattatoi
• macine grandi e piccole, arnesi per triturare
• un idoletto di pietra (grotta del Conzo) simile a quelli della penisola iberica.
In questo periodo in Sicilia si diffonde una nuova tecnica di lavorazione della selce (industria campignana) finalizzata alla produzione di strumenti di proporzioni (relativamente) grandi rispetto al passato: da grossi pezzi di selce, mediante percussori, si ricavano arnesi grossolanamente appuntiti, o grattatoi a disco, amigdale con ritocco bifacciale, e i cosiddetti tranchet ( cioè delle asce). Viene utilizzata una selce biancastra opaca, meno “raffinata” di quella usata anticamente, o addirittura calcare silicioso. Dobbiamo a Ippolito Cafici la scoperta di numerosissime officine “campignane” nella zona dei Monti Iblei (territori di Vizzini, Licodia Eubea, Monterosso Almo, Giarratana …), che è ricca di strati di selce affioranti in superficie, insieme a strati calcarei.

La Sicilia nell’età del rame (1)

L’ETA’ DEL RAME IN SICILIA : a) il contesto mediterraneo

L’età del rame in Sicilia costituisce un momento di rottura e di cambiamento radicale rispetto al neolitico , il quale, pur nei suoi vari aspetti, aveva mantenuto a lungo un carattere unitario di fondo che accomunava le culture della Sicilia, dell’Italia meridionale e delle Eolie.
L’età del rame, al contrario, è tutt’altro che unitaria; essa appare, invece, il risultato di influenze culturali diverse. L’origine, come al solito, va individuata nell’Anatolia e nelle isole dell’Egeo, perché solo in questi luoghi si ritrovano, tutti insieme, gli aspetti e gli elementi che troviamo sparsi nelle altre culture. Dall’Oriente si diffonde ben presto in tutto il bacino del Mediterraneo, grazie ai progressi compiuti nella tecnica della navigazione. Si intraprendono nuove rotte: non più lungo le coste o tra le isole. Ora, con le navi che troviamo raffigurate sulle “padelle” cicladiche (fig.1) si può affrontare il mare aperto, il canale di Sicilia in primo luogo, anziché il “ponte” Pelagosa – Tremiti, o lo stretto di Messina. La nuova ondata culturale può ora raggiungere, senza ristagni e mediazioni secolari, la Sardegna e le coste occidentali del Mediterraneo (Francia meridionale e Spagna), oltre, naturalmente, alla Sicilia. Le Eolie sono tagliate fuori dalle nuove rotte e conoscono un periodo di decadenza: l’ossidiana ormai è diventata obsoleta, dati i progressi della metallurgia ( si pratica la fusione non solo del rame, ma anche dell’argento, dell’oro e del piombo). Anche se meno raffinata dal punto di vista artistico ( le ceramiche sono più semplici ed essenziali ) questa nuova civiltà è molto più progredita in molti campi, e in particolare nella struttura degli abitati e nell’organizzazione sociale: si costruiscono città fortificate con mura, strade e piazze, pozzi e granai pubblici. Le case non sono più costituite da capanne, ma sono edifici a più ambienti che si sviluppano attorno a una stanza rettangolare centrale (MEGARON).
Siamo alla fine del IV millennio a. C. : nell’isola di Lemno l’abitato di Poliochni diventa una vera e propria città (Periodo Azzurro,tra il 3200 e il 2800 a. C.) con grandi mura a secco, case a pianta rettangolare di una o due stanze: elemento fondamentale (anche della futura architettura greca) il megaron con l’ingresso sul lato breve rivolto a sud e un piccolo portico affacciato su un cortile lastricato. Un paio di secoli dopo viene fondata Troia ( Troia I, tra il 2920 e il 2350 a. C.) anch’essa circondata da mura di fortificazione a secco e da case – megaron (fig. 2). Caratteristiche simili presenta Thermi, nell’isola di Lesbos. Insomma, la società diventa più complessa e organizzata.
Anche nel Mediterraneo occidentale si sviluppano fiorenti civiltà urbane simili a quelle dell’Egeo orientale e della costa turca: quella di Anghelu Ruju in Sardegna, di Tarxien a Malta (caratterizzata da una spettacolare architettura megalitica), di Almeria in Spagna, di Fontbouisse in Francia.
Ma le innovazioni riguardano tutti i settori, non solo le strutture degli abitati: le credenze religiose, i riti funebri, le tecniche “industriali” (nuovi tipi di armi e di strumenti, nuove forme nella ceramica).
Il fenomeno più vistoso riguarda il rituale funebre: non più tombe isolate in fosse pavimentate con lastre di pietra, come nel neolitico, ma sepolture collettive nelle tombe a grotticella artificiale, vere cappelle “di famiglia” che vengono scavate per lo più nel calcare, a volte invece nel terreno, a forma di un pozzo da cui si accede a una o più stanze funerarie “a forno”, oppure sepolture in grandi giare o vasi (soprattutto per i bambini) dette, con termine greco, “a enchytrismòs”: anche questo è indizio della maggiore importanza acquistata dalla comunità familiare o etnica, e anche delle crescenti differenze sociali (ricchezza dei corredi funebri, maggiore grandiosità delle tombe di personaggi importanti ecc.) Le tombe a grotticella artificiale, non più isolate, ma riunite in vaste necropoli, sono di origine egeo – anatolica, ma si diffondono dovunque, nel Mediterraneo orientale (Palestina, Cipro, Cicladi, Peloponneso, Creta) e in parte anche in quello sud – occidentale, in Italia fino all’Arno, in Sicilia, in Sardegna (in misura limitata), nelle regioni costiere di Spagna e Francia meridionali. Nell’Europa nord – occidentale, invece, dalla Sardegna (in prevalenza), alla Francia, alla Spagna e lungo le coste atlantiche fino alla Scandinavia, viene preferita la sepoltura nei dolmen, anch’esse tombe collettive, anch’esse segno di distinzione sociale (corredi funebri e offerte sacrificali tanto più ricche e abbondanti quanto più era importante il defunto) ma a struttura megalitica.
Per quanto riguarda le credenze religiose – di cui possiamo ricostruire ben poco – possiamo notare l’amplissima diffusione di diversi simboli apotropaici (cioè portafortuna) come gli occhi e le corna, che ancora oggi sono usati con la stessa funzione (gli occhi in Turchia e in Grecia, il cornetto rosso da noi). Forse analoga funzione di “difesa” contro i malintenzionati avevano le statue – stele rinvenute a Troia I, a Malta, in Corsica e nella Francia meridionale (Figura 3). Identici idoletti dalle forme stilizzate sono stati trovati nelle Cicladi e in Sardegna. Gli strumenti litici o di osso cambiano forme e dimensioni: tra i primi notiamo l’ascia da combattimento (assente però in Sicilia) e le teste di mazza (ben presenti da noi); tra i secondi, delle placchette decorate con cerchi o degli strani ossi a globuli, diffusi gli uni e gli altri a Troia, a Lerna nel Peloponneso, a Malta, e anche in Sicilia, soprattutto nella successiva età del bronzo antico (le forme, le decorazioni ecc. hanno una diffusione lenta, secolare addirittura, come, del resto, assai lenta è la diffusione della civiltà del rame: non è strano che un oggetto tipico di questa cultura si trovi in Anatolia o in Grecia diversi secoli prima che esso diventi “alla moda” in Sicilia o nei paesi occidentali).
Anche le nuove forme della ceramica (fiaschetti, brocche con l’orlo obliquo, bicchieri a clessidra, scodelloni con becco cilindrico ecc.) hanno origini orientali e giungono lentamente in Sicilia a soppiantare le antiche forme in uso nel neolitico. Ma se l’influenza più determinante sui paesi del bacino occidentale del Mediterraneo è quella anatolica ed egea, non bisogna però sottovalutare gli importanti contributi nord – orientali delle culture danubiane. Ogni cultura elabora una propria facies individuale tenendo conto sia delle eredità del “suo” passato sia degli apporti nuovi, scegliendo ciò che le è più congeniale, ed influenzando, a sua volta, altre culture più o meno vicine. Ad esempio, l’importante cultura spagnola detta “del bicchiere campaniforme”, come le altre espressioni della cultura di Almeria (i bottoni forati a V, i grandi pugnali e le punte di freccia in selce) trovano una larga diffusione in tutto il Mediterraneo occidentale, dalla Sardegna all’Italia, in Sicilia e a Malta, e giungono fino alle valli del Reno e del Danubio, e alle isole britanniche.
b) Fasi della civiltà del rame in Sicilia
Il panorama culturale della Sicilia nel III millennio a. C. è molto complesso. Possiamo distinguere grosso modo due diverse zone: quella nord – occidentale (attuali province di Trapani e Palermo) e quella nord – orientale che include anche la parte centrale dell’isola. Anche in questo caso, per ricostruire la successione, e quindi la cronologia relativa delle varie culture, dobbiamo avvalerci dello studio della stratigrafia. Le isole Eolie, divenute marginali in questo periodo ed entrate nell’orbita delle culture occidentali, non possono fornirci valide indicazioni. In questo caso è la stratigrafia della grotta Chiusazza, nel siracusano, a mostrarsi determinante. Procedendo dalla superficie del piano di calpestio agli strati inferiori (cioè a ritroso nel tempo, dato che gli strati più bassi sono i più antichi) incontriamo i seguenti strati, corrispondenti a epoche diverse:
1) Uno strato di epoca storica, greca, con tracce di culto: evidentemente la grotta era considerata sacra.
2) Uno strato della media età del bronzo ( dal che si deduce che per molti secoli la grotta era stata abbandonata) cioè riferibile alla cultura di Thapsos (1450 – 1200 a. C. circa)
3) Uno strato dell’antica età del bronzo, della cultura di Castelluccio (1800 – 1450 a. C. circa)
4) Uno strato della tarda età del rame, della cultura detta di Malpasso: malgrado l’abbondanza di oggetti fittili che accomuna questo strato a quello successivo, più antico, bisogna però notare una forte cesura tra questa facies culturale e quella che la precede.
5) Uno strato della media età del rame (cultura di Serraferlicchio) che non presenta, invece, una netta differenziazione rispetto alla cultura dello strato più antico.
6) Uno strato dell’antica età del rame (culture del Conzo, della ceramica buccheroide, e di San Cono – Piano Notaro)
7) Infine, lo strato più antico di tutti, risalente addirittura all’ultimo periodo del neolitico (ceramica dello stile di Diana).
• Altri rinvenimenti significativi sono stati effettuati nelle grotte del Conzo, Genovese e Palombara (sempre nel siracusano), ma mescolati e confusi tra loro, in modo tale da non consentirci di stabilire una successione. Il reperto più significativo è una testa di mazza globulare, di marmo, con foro cilindrico, che presenta forti analogie con quelle coeve di Troia.
La successione delle culture siciliane nell’età del rame è dunque la seguente:
a) Antica età del rame : culture di San Cono e Piano Notaro,del Conzo e della ceramica buccheroide.
Il villaggio preistorico di San Cono ( che non ha niente a che vedere con l’attuale paese omonimo) fu scoperto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento dai fratelli Corrado e Ippolito Cafici : si estendeva su una collinetta isolata, nella regione dei monti Iblei, a mezza strada tra Vizzinie e Licodia Eubea. Vi sono state rinvenute tracce di capanne, macine e macinelle di pietra, abbondante industria litica di vario tipo, più due tombe (una ancora di tipo neolitico, a fossa e coperta con grosse lastre di pietra; l’altra del tipo caratteristico dell’età del rame: un pozzetto di forma cilindrica scavato nel terreno, dal quale si accede alla vera e propria tomba “a forno”).
Un altro gruppo di tombe ancora di tipo neolitico (fosse circolari coperte da lastre di pietra e scheletro rannicchiato), scoperto nel 1908 da Paolo Orsi a Piano Notaro (presso Gela) conteneva un corredo funebre costituito da un gran numero di ceramiche dello stile da cui ha preso il nome questa antica fase della civiltà del bronzo. Analoghi rinvenimenti nella grotta Zubbia di Palma Montechiaro, e nella grotta di Calafarina presso Pachino mostrano la diffusione di questo tipo di ceramica anche nella parte meridionale della Sicilia (province di Gela e di Agrigento). Altri reperti significativi di questa facies culturale sono stati rinvenuti a Sant’Ippolito (presso Caltagirone), a Trefontane (presso Paternò) e a Ossini (presso Militello). Insieme alla ceramica ( v. figura 4) sono stati trovati numerosi oggetti fittili: fuseruole (per la tessitura), pesi (di vario uso: per lo più da telaio) e cucchiai.
La ceramica di tipo buccheroide (vedi figura 5) decorata a striature verticali, praticate con la spatola, presenta una certa somiglianza con quella coeva delle Eolie e potrebbe derivare dalla ceramica tardo neolitica del bacino dell’Egeo.
b) Media età del rame: cultura di Serraferlicchio
A Serraferlicchio, nei pressi di Agrigento, all’interno di una grande spaccatura nella montagna, sono stati scoperti resti di capanne e una gran quantità di ceramiche decorate in uno stile che dà il nome a questa facies culturale. Si tratta di una ceramica dipinta in modo vivace; sul fondo lucido di un bel rosso vivo, a volte tendente al violaceo spiccano decorazioni geometriche di vario tipo: denti di lupo, fasci di linee, serpentine, bande reticolate ecc. (figura6). Una fase più tarda (ma sempre nell’ambito della media età del rame) è rappresentata da ceramica policroma, a bande nere orlate di bianco sempre su fondo rosso, che si trova nello stesso sito, ma in misura molto minore. E infine, una gran quantità di ceramica chiara, grezza, disadorna o al massimo decorata con cordoni o rari bitorzoli.
La ceramica di Serraferlicchio è stata rinvenuta in numerose stazioni dell’età del rame: a Realmese, presso Calascibetta, nel siracusano (grotte Chiusazza, Genovese e Palombara), a Paternò, e anche a Lipari. Un esemplare particolarmente interessante è il vaso scoperto dall’arheologa Marconi Bovio nella grotta del Vecchiuzzo a Petralia Sottana: qui le linee sottili, riunite in fasce, si incontrano a formare un grande angolo, motivo nuovo che si ritrova anche in un vaso di Capaci (unico esempio di ceramica di questo stile scoperto nella zona di Palermo, dominata dalla cultura della CONCA D’ORO) v. figura 7.
Anche questo tipo di ceramica sembra una derivazione del tardo neolitico egeo.
c) Tarda età del rame: la ceramica dello stile di Malpasso
Il sito da cui prende il nome questa facies culturale è Malpasso, presso Calascibetta, nel cuore della Sicilia: vi sono state rinvenute cinque tombe a grotticella artificiale di un tipo particolare e un corredo di ceramiche a superficie monocroma rossa.
Le tombe, scavate nel calcare ( che è una roccia relativamente “tenera”) non sono del consueto tipo “ a forno”: sono costituite da diverse camerette tra loro comunicanti e con il suolo “a gradini” dato il dislivello del terreno. La ceramica presenta forme nuove (figura 8) come il bicchiere semiovoide caratterizzato da una grande ansa a nastro con piastra sopraelevata: le analogie non vanno più ricercate nel tardo neolitico greco, bensì nella prima età del bronzo dell’Anatolia e delle isole dell’Egeo. Questo tipo di ceramica ha una vasta diffusione: dalla Chiusazza già citata alla grotta Ticchiara presso Agrigento, nella grotta Zubbia, a Sant’Angelo Muxaro, oltre che a Serraferlicchio, a Petralia Sottana e a Sant’Ippolito presso Caltagirone.
E’ proprio quest’ultimo sito – uno dei più importanti della preistoria siciliana – a dare il nome alla fase finale dell’età del rame (e allo stile della ceramica che la caratterizza) e a costituire un momento di transizione alla successiva età del bronzo.
La ceramica dello stile di Sant’Ippolito

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Il neolitico siciliano

IL NEOLITICO SICILIANO
La fase più antica del Neolitico siciliano è rappresentata dalla cultura di Stentinello, identificata nel 1890 da Paolo Orsi, dal nome del villaggio da lui scoperto a pochi km. da Siracusa.
La cultura di Stentinello non si presenta come l’evoluzione delle culture paleolitiche precedenti. Al contrario, essa è radicalmente diversa, apporto di genti nuove, venute dal vicino Oriente.
Prima grande novità è la ceramica, sconosciuta ai paleolitici: una ceramica bruna, dapprima di impasto grossolano eseguito a mano (il tornio è ancora ignoto), decorata a crudo con incisioni o impressioni praticate con le unghie, o con punzoni, o con l’orlo del guscio di conchiglie (il Cardium e il Pectunculus), poi, con l’andare del tempo, sempre più raffinata e artisticamente ornata. Caratteristici di questa decorazione di tipo geometrico (linee parallele, oblique, a zig zag, punti ecc.) sono i rombi, che rappresentano occhi stilizzati (in qualche esemplare più “naturalistico” sono segnate anche le ciglia) i quali costituiscono un motivo apotropaico (cioè una sorta di portafortuna, o meglio una difesa contro il malocchio, come i nostri cornetti rossi, anch’essi, peraltro,sopravvivenza preistorica,come vedremo in seguito). I vasi più antichi hanno prevalentemente forma aperta (hanno, cioè, l’apertura più grande del “corpo”), quelli più recenti hanno invece forme “chiuse”, cioè apertura più stretta. Particolarmente interessanti alcune raffigurazioni fittili (di argilla, cioè) di animali.
Per quanto riguarda l’industria litica, la selce e la quarzite (materiali quasi esclusivi dell’industria paleolitica) diventano più rare, fino ad essere soppiantate dall’ossidiana di Lipari (vetro vulcanico con il quale si ottenevano lame e arnesi taglientissimi), alla quale si affiancano il basalto e la pietra verde (se ne ricavavano accette). Le armi delle genti neolitiche sono più evolute: tra queste la fionda. Ma anche l’osso veniva lavorato.
Le novità più rilevanti, però, riguardano la scoperta di più efficaci mezzi di sussistenza: l’AGRICOLTURA e l’ALLEVAMENTO. L’uomo neolitico non vive più di caccia e di raccolta dei frutti spontanei. Non ha bisogno di spostarsi continuamente per cercare nuovi territori da sfruttare o per seguire i branchi di animali migranti verso nuovi pascoli. Ora è in grado di produrre da sé il cibo necessario. Da nomade diventa sedentario. Non abita più nelle caverne o nei ripari sotto roccia, ma costruisce capanne raccolte in villaggi, spesso fortificati mediante fossati e trincee, come quelli di Stentinello, di Megara Hyblaea, di Matrensa . Sviluppa la navigazione e il commercio per mare, attività che diventano meno rischiose dei primi audaci tentativi messi in atto dai paleolitici. Pratica una qualche forma di religione e il culto dei morti. Ce ne rimane un’unica rilevante testimonianza, la tomba di Calaforno presso Monterosso Almo: una fossa ovale, circondata e pavimentata con grosse lastre di pietra.
Come si diceva, l’origine di questa cultura a ceramica impressa va ricercata nel Vicino Oriente, cioè tra l’Anatolia meridionale e il nord della Siria (lì le testimonianze di essa sono più ricche e abbondanti che in qualsiasi altro luogo). Ma si tratta di un fenomeno di amplissima diffusione che si espande, nel corso della sua lunghissima durata, nell’intero antico continente, Asia, Europa ed Asia: in principio dall’ Anatolia (Turchia) passa alla Grecia e al resto della penisola balcanica, quindi all’Italia centro – meridionale (Puglia e Abruzzo) per via marittima. Ma i neolitici non dispongono ancora di navi sicure con le quali poter affrontare lunghe traversate. Il Canale d’Otranto costituisce un ostacolo serio: quindi la navigazione è ancora verosimilmente costiera. La diffusione avviene attraverso le isole: Leucade, Corfù, Malta, le Eolie, e infine l’Elba e la Corsica (non a caso, in questi luoghi si trovano numerose testimonianze di questa cultura).
Qui in Sicilia essa arriva tardi, quando nel paese d’origine è ormai in declino, e sta per essere soppiantata dalle nuove culture a ceramiche dipinte. Gli avventurosi neolitici che sono giunti fortunosamente nel Gargano (attraverso le isole croate di Lagosta e Cazza, quindi Pelagosa, Pianosa e le Tremiti) trovano un nuovo ostacolo nei monti della Calabria. Preferiscono, dunque, attraversare i più accessibili valichi dell’Appennino centrale per espandersi nelle regioni centro – settentrionali che si affacciano sul Tirreno, e da qui poi spingersi verso la Provenza.
Non è un caso se il neolitico siciliano a ceramica impressa appare per diversi aspetti più evoluto che altrove: i villaggi fortificati, le decorazioni più raffinate e complesse, la presenza di idoletti fittili e di alcuni esemplari di ceramica dipinta associati a quella tipica di Stentinello sono un chiaro indizio del fatto che il “nostro” neolitico è più tardo rispetto non solo a quello anatolico, ma a quello continentale italiano.
Questo ci fornisce elementi utili per la datazione: nel Vicino Oriente la cultura a ceramica impressa viene soppiantata da una nuova cultura a ceramica dipinta (culture di Samarra e di Tell Halaf in Mesopotamia) all’inizio del IV millennio a. C. Quindi la diffusione della cultura a ceramica impressa nella penisola balcanica e in Italia deve essere iniziata prima che nella sede originaria cominciasse il suo declino ( cioè nel corso del V millennio), ma,dato che la cultura di Stentinello appare più evoluta rispetto alle altre a ceramica impressa dell’ Italia meridionale, possiamo supporre che essa si affermi più tardi qui in Sicilia, quando altrove già cominciavano ad espandersi le nuove culture a ceramica dipinta, dalla Mesopotamia alla Siria e all’Anatolia, quindi alla Grecia centrale (cultura di Sesklo), e da qui all’Italia meridionale, alle Eolie e infine alla Sicilia.
La seconda ondata di culture neolitiche a ceramica dipinta rappresenta una fase di notevole progresso rispetto al passato: oltre alla ceramica, nella quale si evidenzia un più raffinato gusto artistico, e ai numerosi idoletti fittili, che testimoniano un diffuso senso religioso, si comincia a praticare la lavorazione dei metalli (fusione del rame); anche la navigazione diventa meno rischiosa, grazie alla costruzione di imbarcazioni più efficienti.
Questa seconda ondata di culture neolitiche a ceramiche dipinte viene distinta, nella Grecia centrale (regione che influenza in modo particolare l’Italia e la Sicilia) in tre fasi successive, che trovano una precisa corrispondenza nel neolitico pugliese, lucano e abruzzese: una prima fase caratterizzata da ceramica dipinta a due colori, una seconda dipinta a tre colori, con motivi meandro – spiralici, una terza decorata con incrostazioni di colore bianco.
Una analoga successione – che ci offre la possibilità di stabilire una cronologia relativa – può essere riscontrata negli scavi di Lipari ( effettuati da Bernabò Brea, massimo studioso della preistoria siciliana e autore del testo da cui sono tratti questi appunti ). Le isole Eolie, grazie alla lavorazione e al commercio della pregiatissima ossidiana, eruttata dai crateri vulcanici di Lipari (Forgia Vecchia e Monte Pelato), avevano raggiunto nel neolitico un livello elevatissimo di ricchezza e di progresso.
A Castellaro Vecchio, presso Quattropani, gli scavi hanno portato alla luce lo strato più antico (primo periodo del neolitico eoliano): vi abbondano le ceramiche impresse dello stile di Stentinello, ma vi sono presenti anche esemplari di ceramica dipinta a due colori e pochi frammenti di quella a tre colori (bande rosse marginate in nero). A un certo punto non si trovano più tracce di frequentazione umana: il sito, evidentemente, viene abbandonato.
La vita ora si sposta sul Castello di Lipari, che – per nostra fortuna – è una sorta di tell, cioè una piccola altura formata dai depositi degli abitati che si sono succeduti nelle varie epoche. Nello strato più antico, quello più in basso, che poggia direttamente sulla roccia (secondo periodo del neolitico eoliano), la ceramica impressa è rara, quasi scomparsa. Vi è invece presente quella dipinta a bande rosse marginate di nero (dello “stile di Capri”, così chiamata perché a Capri ne sono state rinvenute le prime testimonianze numerose e significative) insieme ad una ceramica (piccole olle sferoidali con un orlo basso,e verticale) grigia o nera, lucida e levigata, di fattura raffinata, per lo più inornata, o decorata sobriamente con dei graffiti a volte sottolineati in rosso ocra. Troviamo anche un terzo tipo di ceramica con decorazione incisa in cui è presente, per la prima volta, il motivo del meandro e della spirale. In questo strato sono stati anche rinvenuti un idoletto fittile, e abbondantissimi frammenti di ossidiana (oggetti e scarti della lavorazione), mentre gli strumenti di selce – importati – sono ormai una vera rarità.
Nel secondo strato a partire dal basso – ovviamente più recente del precedente : terzo periodo del neolitico eoliano – troviamo una ceramica ornata con il motivo del “tremolo” o con decorazioni meandro spiraliche che caratterizzano anche le anse (i “manici”) complicatissime, costituite da nastri tubolari di argilla ripiegati e avvolti su se stessi ( questo stile è detto di “Serra d’Alto” dalla località in cui è stato scoperto, in Lucania, il villaggio più rappresentativo di questa facies culturale). Vi sono presenti anche alcuni sigilli fittili a forma di timbro, chiamati pintadere (con nome spagnolo) perché sono stati rinvenuti in abbondanza nella penisola iberica.
Lo strato successivo (quarto periodo del neolitico eoliano) ha uno spessore sottile, sul Castello di Lipari, il che significa che il villaggio ha breve durata. Nei reperti ceramici risulta evidente un cambiamento di gusto: scompare lo stile eccessivamente adorno di Serra d’Alto, e si diffonde una ceramica monocroma rossa (monos = solo, chroma= colore, cioè di un solo colore), con anse piccole, costituite da semplici nastri tubolari o a forma di rocchetto. Una novità rilevante è costituita dal rinvenimento di scorie di fusione del rame: a quest’epoca la metallurgia è già nota nelle Eolie.
Ma il villaggio sul Castello viene presto abbandonato, soppiantato da un altro, molto più sviluppato, ai piedi dell’acropoli, nella contrada di Diana (da cui prende il nome la ceramica monocroma rossa). Qui i reperti archeologici sono molto ricchi e abbondanti, e attestano il trapasso graduale dallo stile di Serra d’Alto a quello di Diana. Nello strato più alto, infine, l’ultimo in ordine cronologico, si nota una certa decadenza nel gusto artistico e nella fattura dei vasi, grigiastri o violacei. Il neolitico eoliano ha probabilmente chiuso la sua fase creativa.
Se ci siamo tanto soffermati sul neolitico delle Eolie , che apparentemente sembra “fuori tema” o marginale rispetto all’argomento di cui ci occupiamo, c’è un preciso, e non secondario, motivo: In Sicilia sono state trovate testimonianze degli stili fin qui descritti, ma in modo sparso, isolate, piuttosto rare: se non conoscessimo l’evoluzione delle culture neolitiche grazie alla stratigrafia di Lipari, non avremmo nessun elemento per delineare l’evoluzione del neolitico siciliano; il quale, come appare chiaro, è identico a quello di Lipari, e non solo: anche in Italia meridionale troviamo la stessa successione di facies culturali. E persino a Malta, nel periodo in cui fiorisce la sua straordinaria architettura megalitica, è presente ceramica rossa dello stile di Diana. Ma, più in generale, questa evoluzione e successione di culture che presenta caratteri simili dappertutto ha – come sempre – origine in Oriente, nell’area egeo – anatolica, da cui si irradia in tutto il bacino del Mediterraneo, mentre invece l’Italia settentrionale è influenzata dal neolitico settentrionale (culture danubiane).

Introduzione alla preistoria

INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA PREISTORIA

Chiamiamo preistoria quella fase lunghissima della storia umana che possiamo ricostruire unicamente sulla base di resti fossili e archeologici.
Numerose scienze concorrono allo studio della preistoria:
- L’archeologia: ricerca e analisi dei reperti che sono il risultato dell’ industria o comunque della presenza dell’uomo (strumenti litici, cioè di pietra, manufatti vari, avanzi di pasto …) e dei siti abitati (caverne, ripari sotto roccia, resti di capanne).
- La paleontologia (studio dei fossili) associata alla paleozoologia (studio dell’antica fauna) e alla paleobotanica (studio della flora antica) : per ricostruire l’ambiente e il clima che furono teatro delle vicende dei nostri lontani antenati, è importante vedere a quali fossili animali e vegetali sono associati i resti umani. Anche lo studio dei pollini delle piante preistoriche (palinologia) può fornire utili indicazioni.
- La geologia (studio della terra e della sua storia, della natura e dell’età delle rocce, ecc.). Particolarmente importante ai fini della datazione dei reperti fossili o dei manufatti litici è l’analisi della stratigrafia: nel corso della sua lunghissima storia la crosta terrestre ha subito numerose modifiche. Eruzioni vulcaniche, glaciazioni, fasi alluvionali hanno lasciato tracce perenni nei vari strati geologici che si sono sovrapposti gli uni agli altri nel corso di milioni e milioni di anni. Così, se noi “tagliamo” una porzione di terreno, possiamo “leggere” nella successione e nella diversa composizione dei vari strati (rocce eruttive, argilla ecc.), come in una torta millefoglie, la sua storia. Se riusciamo a datare i vari strati, possiamo, di conseguenza, datare i fossili o i resti di industria umana che vi sono rimasti imprigionati, come l’uvetta nella torta. Ovviamente, i fossili e i manufatti che si trovano negli strati inferiori sono i più antichi, e, viceversa, i più superficiali sono i più recenti.
- La biologia molecolare: attraverso l’analisi del DNA dell’uomo moderno e degli attuali primati (le scimmie antropomorfe: scimpanzé, gorilla, orango, gibbone) si cerca di stabilire il grado di affinità tra di essi a livello genetico, e di risalire a un lontano antenato comune.
I sostenitori di questo metodo d’indagine partono da un presupposto: l’accettazione della teoria evoluzionistica di Darwin, secondo il quale le specie sono il risultato di lunghissimi processi di selezione naturale, e la specie umana non fa eccezione. Questa tesi è accettata, oggi, dalla maggioranza ( ma non dalla totalità) degli studiosi.

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Lezione U.P.G.C. La Sicilia nella preistoria: il Paleolitico

LA SICILIA NELLA PREISTORIA

Nelle fasi più antiche del Pleistocene (1), quando altrove fioriva la civiltà della “Pietra Antica” ( Paleolitico inferiore e medio) sembra che la Sicilia non fosse abitata da esseri umani (2).Nei siti archeologici più antichi, gli strati “culturali” (quelli, cioè, in cui si trovano manufatti dell’uomo) sono sovrapposti a strati argillosi più antichi, in cui non c’è traccia di presenza umana. Questi strati di argilla, che risalgono alla fase più antica della glaciazione di Wurm, sono invece ricchi di resti fossili di animali. Si tratta di una fauna tipica dei climi caldi (grazie alla sua posizione geografica , la Sicilia non conobbe mai un clima veramente freddo, neanche durante la glaciazione): grandi pachidermi, leoni, specie primitive di iene, ghiri, cinghiali e una specie di equide zebrato, l’equus hydruntinus (cavallo d’Otranto) ecc. La specie più caratteristica e singolare era però quella degli elefanti nani (3), specie diffusa in diverse isole del Mediterraneo (Sardegna, Cipro, Malta alla quale la Sicilia a quel tempo era collegata) i cui resti ossei, in particolare quelli del cranio, potrebbero costituire l’origine del mito dei Ciclopi: la cavità della proboscide sarebbe stata scambiata, dai nostri antichi antenati delle epoche successive, per cavità oculare, di un unico grande occhio in mezzo alla fronte.
Quando l’uomo fece la sua prima apparizione in Sicilia, nel Paleolitico superiore, all’incirca 30.000 anni fa, la glaciazione di Würm era già in una fase avanzata. Il clima della Sicilia era più piovoso che freddo. Comunque la fauna tipica dei climi caldi – ad eccezione dell’equus hydruntinus) – era scomparsa da millenni e sostituita da una fauna più tipica dei climi moderati; l’uomo di Neanderthal era già da tempo estinto, e il nostro diretto avo, l’Homo Sapiens Sapiens si era diffuso in Europa, dando vita a culture litiche (4) più evolute: a una di queste, cioè all’Aurignaziano avanzato risalgono le tracce più antiche fino ad ora scoperte in Sicilia, nel sito di Fontana Nuova, presso Marina di Ragusa. Ma la maggior parte dei siti e dei reperti noti risalgono a una fase ancor più avanzata del Paleolitico Superiore (5), cioè al Gravettiano ( tombe di S. Teodoro, presso Milazzo), facies culturale caratterizzata dall’industria microlitica (cioè dalla produzione di strumenti di pietra di piccole dimensioni – dal greco “mikros” piccolo e “lithos” pietra -).
Non ci dilungheremo qui a ad elencare la distribuzione topografica dei siti (basta dire che la maggior parte di essi è prevalentemente costiera), né a descrivere minuziosamente i reperti litici ( sarebbe un discorso troppo tecnico). Ci limiteremo, invece, a citare le cinque tombe di S. Teodoro, unico esempio, in Italia, insieme a quelle liguri dei Balzi Rossi e delle Arene Candide, di sepolture paleolitiche. Si tratta di semplici fosse, nelle quali erano deposti i corpi, supini e con le braccia distese lungo i fianchi (ad eccezione di uno, che aveva una mano accanto alla testa). Intorno ad essi, il corredo funebre: una collana di denti di cervo, un pezzo del corno di un cervo, dei ciottoli levigati. Sulle tombe era sparso uno strato di ocra rossa macinata: il rosso, simbolo della vita, è un probabile indizio della credenza in una vita ultraterrena.
Ma i reperti più significativi del Paleolitico Siciliano sono costituiti da due serie di raffigurazioni rupestri, alcune incise, altre dipinte,scoperte verso la metà del secolo scorso, la prima in una grotta di Cala dei Genovesi, nell’isola di Levanzo (Egadi), la seconda all’Addaura, vicino Palermo. A quel tempo, nel Paleolitico superiore cioè, Levanzo, come la vicina Favignana dovevano essere unite alla Sicilia, e la grotta doveva essere più accessibile di quanto non lo sia oggi ( la grotta, che si affaccia su una caletta rocciosa, è raggiungibile per mezzo di una barca, quando il mare è perfettamente calmo, oppure attraverso un lungo e accidentato percorso campestre). Vale comunque la pena di affrontare qualche disagio per vedere uno tra gli esempi più rilevanti e pressoché unici dell’arte paleolitica in Italia (v. figure 1 e 2) . Le figure, tracciate sulla parete interna della grotta, furono eseguite in epoca diversa, da autori differenti, con tecniche diverse: parte incise, parte dipinte in rosso e in nero. Il primo gruppo – il più antico, sicuramente databile alla cultura gravettiana e associabile ai reperti litici scoperti nella grotta – è costituito prevalentemente da figure di animali, di cui viene inciso il profilo (senza dettagli anatomici) con tratto sicuro ed esperto, in modo naturalistico ed artisticamente efficace. Vi possiamo riconoscere una fauna tipica dei climi freddi (glaciazione di Würm): cervi, bovidi (Bos primigenius) e l’Equus hydruntinus, equide che – insieme ai crostacei e ai frutti di mare come la Patella ferruginea- doveva costituire uno dei piatti forti nella dieta dei nostri lontani antenati, a giudicare dall’abbondanza dei resti ossei che se ne sono rinvenuti tra gli avanzi di pasto.
Le figure dipinte, invece, sono schematiche, geometrizzanti, lontanissime dal vivace naturalismo di quelle incise. Sono prevalentemente figure antropomorfe di colore nero accostabili agli idoletti stilizzati diffusi nel Mediterraneo durante il neolitico: l’esempio più noto è quello degli idoli cicladici (v. figura a) a forma di violino, di bottiglia, ecc.
Una sorta di collegamento tra le figure del primo e quelle del secondo gruppo è costituita da tre immagini di uomini danzanti, uno dei quali barbuto, stilizzate come quelle delle figure dipinte, ma, al contrario di queste, incise; e da un’altra figura antropomorfa, dipinta in rosso, ma più naturalistica e più simile alle figure graffite (v. figura 3). Questa seconda serie di raffigurazioni è sicuramente di epoca più tarda rispetto alla prima: sulla base delle somiglianze con le pitture e le sculture rinvenute nelle Cicladi, a Troia e a Creta, il Graziosi – eminente studioso di preistoria e della grotta di Levanzo in particolare – ritiene che esse debbano essere datate alla prima fase età del bronzo.
Più complesse e interessanti le raffigurazioni scoperte dalla Marconi Bovio nella grotta dell’Addaura, sulle pendici settentrionali del Monte Pellegrino ( vedifig.4). Qui non troviamo più in prevalenza immagini di animali, o figure umane isolate, bensì gruppi in cui gli uomini interagiscono tra loro. Ma procediamo con ordine.
Il primo gruppo è costituito da figure umane (tra cui una donna incinta con un grosso fardello sulle spalle) e animali incise con mano sicura e leggera, poco marcate e apparentemente non legate tra loro da alcuna connessione. Uno degli uomini ha sul viso una strana maschera da uccello (per la celebrazione di un rito a noi ignoto?)
Le figure del secondo gruppo, più fortemente incise, rappresentano una scena complessa che è stata oggetto di varie discussioni e diverse interpretazioni. Dieci uomini nudi danzano in cerchio attorno a due figure maschili giacenti, presumibilmente uno accanto all’altro (in realtà uno sopra l’altro, ma ciò è dovuto alla mancanza di prospettiva, sconosciuta – ovviamente – agli artisti paleolitici) e apparentemente costretti in una posizione innaturale (li si direbbe, con termine moderno, “incaprettati”). Altri uomini assistono alla scena. Uno accorre portando una lunga asta. Poco distante, in basso, un grosso daino. Gli uomini sono rappresentati in modo naturalistico, ma senza dettagli anatomici (né piedi, né mani, né i tratti del viso). Sembrano dotati di folte e lunghe capigliature, e alcuni portano una strana maschera a forma di testa di uccello. Secondo alcuni studiosi (Blanc, Chiappella) si tratta di una macabra scena raffigurante un supplizio o un sacrificio umano. Secondo altri (la Marconi, scopritrice delle raffigurazioni) si tratterebbe, invece, di un rito di iniziazione sessuale (dato che gli attributi sessuali maschili sono rappresentati con una certa attenzione).
Due figure di bovidi, isolate e tracciate con mano pesante, piuttosto rozze e approssimative costituiscono un terzo gruppo, di livello artistico decisamente inferiore.
Altre raffigurazioni rupestri, simili a quelle dell’isola di Levanzo, sono state scoperte anche nella grotta Niscemi, sulle pendici orientali del Monte Pellegrino: anche qui troviamo vivaci figure di animali, tra cui spiccano, con la loro corporatura massiccia e le zampe corte e sottili alcuni bovidi, e poi il solito equus hydruntinus con la sua criniera a spazzola che lo fa rassomigliare a una zebra.

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A proposito del femminicidio

A proposito del femminicidio

Premessa (doverosa): non condivido certa retorica femminista. Le donne non sono per natura più giuste, più democratiche, più pacifiste degli uomini (là dove sono al potere ne hanno dato e continuano a darne ampia dimostrazione). Condivido pienamente quanto affermava G. B. Shaw: la donna non è che la femmina della specie umana, senza specifici fascini e specifiche imbecillità “naturali”. Detto questo, però, bisogna prendere atto della spaventosa diffusione del femminicidio, fenomeno che va analizzato “a freddo”, senza cadere nella trappola della retorica dominante (si condanna la violenza – è ovvio – si celebrano giornate della donna … perché tutto rimanga com’è).
La nostra epoca – epoca di imbarbarimento, di regresso culturale e civile, come sosteneva recentemente Sabina Guzzanti su “Il fatto”- è difficile per tutti, maschi e femmine. Occorrerebbe una seria e approfondita indagine di natura economica e sociale per mettere in luce le radici di questo imbarbarimento (radici che a me, per quanto non esperta di economia, sembrano riconducibili a un processo di ristrutturazione – a livello mondiale – del capitalismo: marginalizzazione di intere aree geografiche, espulsione di masse dal mercato del lavoro, pauperizzazione diffusa, e, per contro, arricchimento smodato di pochi … ). Il modello verso il quale tendiamo, con qualche decennio di ritardo, è quello della società e dell’economia U.S.A., modello a noi notissimo perché onnipresente nel cinema e nelle serie tv. Su di esso e sui suoi risvolti mostruosi si sono versati fiumi di inchiostro. Basterebbe rileggere Marcuse o Anders, i cui testi sono di una attualità sconvolgente, addirittura “profetici” per la nostra società. Il fenomeno più vistoso di questo nostro tempo disumanizzato è la spersonalizzazione, la riduzione degli esseri umani a oggetto, a puro strumento (l’opposto, cioè, di quanto sosteneva Kant, secondo il quale ogni uomo va considerato un fine, e non un mezzo). Se gli uomini – maschi – sono ridotti a cose, a maggior ragione lo sono le donne, storicamente “deboli” e bersaglio di vessazioni millenarie, “oggetti” di proprietà e di scambio da tempo immemorabile.
Le radici culturali dell’oppressione femminile sono antichissime, forse addirittura preistoriche: nel Vecchio Mondo potrebbe esserne un indizio la sostituzione della religione terrestre e “matriarcale” della grande dea madre mediterranea con il pantheon “maschilista” degli dei atmosferici. Potrebbe risalire insomma all’arrivo degli Indoeuropei (o, come diceva Engels, alle origini della famiglia e della proprietà privata … ). Gli antichi Greci e i Latini erano violentemente misogini (1). Ma l’influsso più decisivo, in tempi meno remoti, è quello esercitato dalle grandi religioni monoteistiche, e in particolare, per quanto ci riguarda – scontato l’antifemminismo dell’Islam, peraltro di diffusione recente e ancora limitata qui da noi – dal cristianesimo.
Non mi riferisco, ovviamente, al messaggio di Cristo (rivoluzionario anche in questo campo, tanto più straordinario se si tiene conto del contesto storico in cui viene diffuso), ma alla millenaria “cultura cristiana” elaborata dalla chiesa e trasmessa come dottrina o addirittura come tradizione vincolante per le coscienze dei credenti.
Le radici di tale cultura non sono affatto cristiane: all’origine di esse potrebbe esserci, oltre all’ebraismo, già antifemminista di suo, l’Orfismo, con la sua distinzione tra spirito – elemento divino – e materia, elemento spregevole e inferiore, degno del massimo disprezzo. Il corpo viene considerato “prigione dell’anima”, e quest’ultima, per accedere al contatto con la divinità, deve subire un processo di purificazione dalle impurità del corpo. Sulla stessa scia si collocano il platonismo e il neoplatonismo, che influenzano profondamente il cristianesimo delle origini. Coloro che sono definiti “padri della chiesa” scrivono cose terribili sulle donne ( e sul corpo, e sul sesso, e sul rapporto uomo – donna). Terribili nei confronti delle loro malcapitate compagne sono i comportamenti di personaggi definiti “santi” e proposti come modello ai credenti (vedi, ad esempio, Agostino). Perché la donna è associata al corpo, al sesso, alla materia, e quindi al peccato e all’impurità. Occorre addirittura un concilio per stabilire che anche le donne hanno un’anima. In un mondo dominato dai maschi, unici detentori del diritto di parola (vedi certe esortazioni di S. Paolo) l’idea di sesso e quindi di peccato (2) è associata al corpo femminile (come se i maschi fossero asessuati!) e così pure una serie di caratteristiche psichiche “negative” o almeno potenzialmente pericolose da tenere a freno: l’istinto, il sentimento, l’intuito, tutte – presunte – caratteristiche femminili, in contrapposizione alla razionalità maschile. Perciò le donne vanno tenute sotto tutela e sotto controllo perpetuo: prima il padre, poi il marito sono i tutori naturali della donna, che viene privata di qualsiasi autonomia. (Convinzione assai poco originale, per la verità: già nelle sue Baccanti, sul finire del quinto secolo avanti Cristo, Euripide aveva tracciato un quadro drammatico di questa “marginalizzazione” delle donne, mettendone in rilievo gli effetti catastrofici sulla società nel suo complesso). Poi c’è il Medioevo, con la caccia alle streghe, accusate – è la solita ossessione sessuale! – di avere rapporti carnali con il diavolo (cioè con una entità che, sulla base della dottrina cristiana tradizionale, dovrebbe essere puramente spirituale) e la demonizzazione di quel sapere elaborato dalle donne – escluse dalla cultura ufficiale – e trasmesso di madre in figlia, che verte soprattutto sulla conoscenza di erbe medicamentose e di rimedi naturali: quante donne sono state torturate e bruciate sul rogo nel corso di parecchi secoli, da quelli “oscuri” del Medioevo a quelli, ancora più bui, della “santa” Inquisizione? Ma anche in tempi più recenti, chi, come me, è abbastanza vecchia da avere sperimentato il clima e la mentalità cattolica degli anni Cinquanta, sa bene quale cappa di piombo ideologica opprimesse e mettesse a rischio la vita delle donne. Spesso private del diritto all’istruzione e obbligate a seguire le loro “missione naturale” di madri e mogli – missione, ovviamente, voluta da Dio, o meglio da chi pretendeva di farsene portavoce – le donne credenti, anche se affette da qualche grave patologia che, in caso di gravidanza poteva metterne a rischio la vita, erano obbligate a mettere al mondo tutti i figli che il cielo mandava loro: la contraccezione non era ammessa (non parliamo dell’aborto clandestino, scelta comunque drammatica e spesso ancor più rischiosa). L’unico modo per evitare una gravidanza a rischio era la rinuncia ai rapporti sessuali … ma anche questo era discutibile: una moglie virtuosa non poteva rifiutare a lungo di compiere il dovere coniugale. Avrebbe esposto il marito alla grave tentazione del sesso mercenario. Insomma, per una cattolica il matrimonio e la maternità erano un rischio mortale. Quanti femminicidi sono stati provocati da questa (pseudo)morale? Femminicidi nascosti, spesso esaltati come ideale di santità. Viene in mente l’invettiva di Cristo contro gli scribi e i farisei: ipocriti, sepolcri imbiancati, caricano sulle spalle altrui pesi insostenibili, che loro non sfiorerebbero nemmeno con un dito … o, più laicamente, il vecchio buon Lucrezio: “Tantum religio potuit suadere malorum!”
E perché, poi, la missione di un essere umano dovrebbe coincidere con la sua funzione riproduttrice? Di un uomo non si dice che la sua missione è la paternità (eppure la figura paterna è importante quanto quella materna, per un bambino). Perché mai un uomo – un maschio – dovrebbe poter decidere da sé qual è lo scopo della sua vita, mentre una donna dovrebbe accettare che siano altri a stabilirlo – magari a nome di Dio – ? E quanta ambiguità nel culto della Madonna – caricato del peggiore sentimentalismo e della più becera retorica “mammista”! Quanta distanza dalla sobrietà dei Vangeli!
Le madonne, del resto, cioè le madri – figure idealizzate che hanno sublimato ogni tratto sessuale – non sono che l’altra faccia delle donne perdute, delle peccatrici, pericolose tentazioni che rovinano gli uomini. A ragione uno slogan femminista degli anni Settanta – oggi, purtroppo, dimenticato – proclamava: né puttane, né madonne, ma solo donne. Perché la polarità donna perbene, cioè madre da una parte, e prostituta, o donna “facile”, comunque “preda” dall’altra, sta proprio alle radici del femminicidio. Un uomo, di solito – a meno che non sia affetto da turbe psichiche – non rivolge la sua violenza contro la madre, bensì contro le altre donne. Le quali, si badi bene, non sono mai bambine da proteggere o da aiutare a crescere. Nascono donne, oggetto sessuale fin dalla più tenera età, da giudicare o da predare: come dimenticare le parole di quel commissario di polizia, che giudicava “di dubbia moralità” la piccola Ottavia Di Luise, caduta vittima di un gruppo di pedofili e assassinata, circa un trentennio fa? Il suo corpo non è mai stato ritrovato – forse perché le ricerche sono state frettolose e superficiali.- Del resto, perché preoccuparsene troppo? Era “poco seria”. Che importa se era una bambina di soli dodici anni?
Ma la violenza contro le donne ha radici molteplici e complesse, certo non solo di origine religiosa. Una delle radici più antiche è costituita da motivazioni economico – sociali. Le donne andavano tenute sotto stretto controllo perché non si poteva rischiare di trasmettere l’eredità familiare a figli illegittimi. Le donne diventavano proprietà della famiglia del marito, oggetto di scambio tra famiglie, tribù, clan … A loro era strettamente legata l’idea del possesso; idea che ancora oggi è spesso tra le cause scatenanti del femminicidio. Certo, oggi l’idea del possesso ha manifestazioni e motivazioni diverse da quelle del passato: una maggiore fragilità degli uomini, incapaci di sopportare un frustrazione grave, una separazione o un divorzio, ( il femminicidio, spesso, è seguito dal suicidio del maschio abbandonato) oppure la perdita del lavoro e le difficoltà economiche (e in questo caso l’uomo non arriva a uccidere, si limita a picchiare la malcapitata compagna, facile valvola di sfogo e capro espiatorio dei problemi altrui). Ma la violenza peggiore, la più mostruosa, è quella che nasce dalla smania di possesso tout court, che non ha alcuna motivazione passionale: è brama di dominio pura e semplice. La donna è un oggetto usa e getta Fin troppo scontato ricordare il mondo della pubblicità, che fa del corpo femminile un oggetto di consumo. E che dire degli effetti devastanti, a livello educativo e di costume, del ventennio berlusconiano? Per farsi strada nella vita bisogna vendersi … ai miei tempi padri e fratelli della ragazza violentata o sedotta uccidevano il violentatore. Oggi sono i padri e le madri ad accompagnare le figlie a casa del potente di turno (non so che cosa sia più raccapricciante, se il delitto d’onore o la trasformazione dei genitori in magnaccia della propria figlia … )
Che fare? Intervenire con provvedimenti legislativi adeguati, certo; assicurare protezione alle donne perseguitate, non lasciarle sole. Mandare a casa – congedati con disonore – i rappresentanti delle istituzioni che colpevolizzano le vittime (come il commissario che indagava sull’assassinio della piccola Di Luise; i giudici che hanno considerato circostanza attenuante per i violentatori l’handicap mentale di una ragazza stuprata; quegli altri magistrati che hanno considerato consenziente alla violenza di un gruppo di militari la ragazza che è stata abbandonata, seminuda e morente, sulla neve fuori di una discoteca … salvata in extremis, ma con quali conseguenze?). E poi smetterla con l’eccesso di garantismo e di buonismo. Chi si macchia di delitti così atroci deve scontare per intero la sua pena. L’Italia è forse l’unico paese al mondo in cui non c’è alcuna certezza della pena. E contro i colpevoli del terzo tipo di violenza, quella più brutale e selvaggia, non ammettere mai sconti di pena e benefici per buona condotta. Se il fascista Izzo, l’assassino del Circeo, non fosse stato rimesso in libertà, oggi due altre donne – una quattordicenne e la sua mamma – sarebbero ancora vive. Bisogna mettere personaggi del genere in prigione e buttare via la chiave. Per sempre. Se si pentono e si redimono, buon per loro: se la vedano col buon Dio. Ma non si possono lasciare liberi di commettere altri delitti efferati.
Ma tutto ciò non basta. La via legislativa e giudiziaria è insufficiente. Occorre una profonda rivoluzione culturale. Ma chi dovrebbe attuarla? La scuola, naturalmente. Come sempre. Una scuola sempre più tagliata e devastata da riforme insensate. Si potrebbe magari introdurre, come materia obbligatoria, l’addestramento delle ragazze all’autodifesa. Ma la scuola non basta. Deve essere tutta la società a promuovere un profondo cambiamento di mentalità e di costumi. E intanto? Le rivoluzioni culturali esigono tempi lunghi, decenni. Quante altre donne devono morire, in attesa di questo cambiamento? E come sperare che questo cambiamento sia possibile, all’interno di un sistema che considera ogni essere umano, e le donne in particolare, come pura merce? Insomma, dobbiamo reagire in qualche modo, con l’ottimismo della volontà (e il pessimismo della ragione). Ma senza eccessive illusioni. La violenza contro le donne non è che un aspetto della più generale violenza insita nella nostra società.
Lucia Cutuli
Note: (1) Vedi recital su “I Greci e le donne”
(2) L’atteggiamento negativo della Chiesa cattolica – spiegabile come fenomeno storicamente influenzato da filosofie pagane – è però difficilmente conciliabile con la dottrina dell’Incarnazione: come si può disprezzare il corpo, la materia ecc. se si crede che Dio ha voluto incarnarsi in un corpo di uomo? E in che cosa consiste la Buona Novella, se non nell’annuncio della salvezza – e della resurrezione – non di puri spiriti, ma di esseri umani nella loro integralità, e della natura intera ?

Questionari sui singoli capitoli dei Promessi Sposi

I PROMESSI SPOSI Questionari sui singoli capitoli
Capitolo I
1) Il tempo: individua scene, sommari, digressioni, ricorso al flash – back ecc.
2) Lo spazio: delimita lo spazio geografico in cui si svolgono le vicende del romanzo. Qual è il ruolo del paesaggio? Puro scenario decorativo? Elemento fondamentale del racconto ? C’è relazione tra paesaggio e stati d’animo dei personaggi? Noti nelle descrizioni del paesaggio elementi che hanno valori di simbolo, riferimenti a temi dominanti ecc.? Analizza la celeberrima descrizione iniziale: lo stile è elevato o umile? Che linguaggio, che tipo di lessico usa il Manzoni? (rispondi citando gli esempi opportuni) Si tratta di una prosa poetica o di tipo quotidiano e discorsivo? Vi puoi individuare frasi che hanno il ritmo di versi? Se sì, quali? Vi noti delle figure retoriche? Nella parte iniziale (da “Quel ramo del lago di Como” a “ in nuovi golfi e in nuovi seni” notiamo, a livello sintattico, due blocchi compatti – principale + varie subordinate – che sembrano fronteggiarsi, collegati tra loro da una parola che funge da trait d’union.Qual è questa parola? Lo spazio in cui è ambientata la sequenza iniziale del romanzo è, indubbiamente, un incantevole squarcio di paesaggio montano. In questo ambiente idilliaco tutto è sereno e felice? Gli abitanti di questi luoghi bellissimi vivono in armonia tra loro e con la natura (come sosteneva Rousseau)? O si insinua, anche in questo paradiso terrestre, l’ombra del male? Ritieni che Manzoni condivida il pensiero di Rousseu? Che cosa rappresenta per don Abbondio la sua casa? Per descriverla Manzoni usa lo stesso registro linguistico dell’inizio del capitolo? La descrive con la stessa minuziosa precisione o si limita a suggerircene alcune caratteristiche?
3) Individua i temi dominanti presenti nel I capitolo
4) Qual è, a tuo parere, il ruolo della lunga digressione storica sulle gride, che interrompe l’episodio dell’incontro di don Abbondio e i bravi?
5) Analizza il dialogo di don Abbondio con i bravi, esaminandone il lessico, la sintassi, lo stile, le figure retoriche adoperate. Il registro linguistico ti sembra alto o basso? Come motivi la tua valutazione?
Idem con il dialogo tra don Abbondio e Perpetua.
6) Punto di vista e tecniche narrative. Manzoni è un narratore esterno (extradiegetico) o interno (intradiegetico) al racconto? Rileggi il I capitolo segnando sul testo, a matita, i discorsi diretti, quelli indiretti, gli indiretti liberi, i monologhi interiori. Noti un solo punto di vista (quello del Narratore) o diversi? In questo caso, quali? Immagina di essere un regista e di avere con la telecamera: se dovessi fare un film, quali inquadrature sceglieresti per riprendere il paesaggio iniziale, la passeggiata di don Abbondio e l’incontro con i bravi? Useresti un solo tipo di inquadratura fissa, dall’alto – come fa a volte Hitchcock – o ne adotteresti più di una, riprendendo alcune scene come se fossero viste attraverso gli occhi di uno o più personaggi?
7) Analizza i personaggi don Abbondio e Perpetua, prendendo in considerazione i loro tratti fisici e psichici, le loro azioni, il loro linguaggio (il che serve, tra l’altro, a definire la loro estrazione sociale), le figure retoriche da loro adoperate o a loro associate.
8) Brulichio /brulicare, ronzio /ronzare : dove e quando ricorrono questi termini?
9) Cerca i nomi alterati individuandone la funzione.

A proposito del saggio di Rocco Agnone ” Il fenomeno religioso e la concezione non religiosa del divino

Osservazioni sul metodo

Deliberatamente l’Autore ha scelto di prescindere dal dibattito senza fine che, nel corso degli ultimi due secoli, ha impegnato gli esegeti dei Vangeli sulla figura storica del Cristo, nella convinzione che questo tipo di indagine – in sé rispettabilissima – finisca per dissolvere l’oggetto della ricerca stessa.
Come per tutti i testi antichi a noi pervenuti mediante una lunga e travagliata tradizione – si pensi, ad esempio, ai poemi omerici – anche per i Vangeli un’indagine storico- filologica rischia di approdare ad un’unica conclusione: l’afasia. Il personaggio – Cristo finisce per disintegrarsi sotto i nostri occhi, sicché non possiamo più dire nulla su di lui.
Analogamente, se vogliamo cogliere il senso, la novità, la grandezza poetica dell’Iliade e dell’Odissea, dobbiamo evitare di addentrarci nell’infinita questione omerica, destinata per natura a restare irrisolta: che esse siano frutto della genialità di uno o più aedi, o della paziente ricerca degli esperti di Pisistrato, o della fantasia creatrice del popolo greco nella fase aurorale della sua storia, o di una plurisecolare tradizione anonima, a noi che importa? Ci sono pervenuti questi testi, che hanno profondamente influenzato l’intera cultura occidentale. Essi dunque, così come sono, costituiscono l’oggetto del nostro studio.
A maggior ragione questo vale per i Vangeli. Comunque siano stati redatti, qualunque sia stata la realtà storica del loro protagonista e il contributo della primitiva comunità dei suoi discepoli, essi costituiscono un corpus tràdito, che, per i milioni di credenti i quali, con varie sfaccettature, ad esso si ispirano, è “parola di Dio”, come gli altri testi del Nuovo e del Vecchio Testamento. Questo è dunque l’oggetto della presente indagine, che è articolata su un nucleo problematico così sintetizzabile: come si inseriscono i Vangeli nella tradizione ebraica? Prevalgono gli elementi di continuità o di innovazione? Gesù è espressione della religiosità del popolo di Israele, o è un innovatore, anzi un rivoluzionario che la scardina fin dalle fondamenta? E ancora: leggendo la Bibbia nel suo complesso, si possono trovare indicazioni varie, spesso tra loro contraddittorie, tali da giustificare scelte e prassi antitetiche (ad esempio, la povertà francescana e lo sfarzo della chiesa, la carità eroica di alcuni “santi” e le guerre di religione). Per quanto riferibili, come è ovvio, alla mentalità dell’epoca,come possono certe aberrazioni conciliarsi con i precetti scaturiti dalla “Parola di Dio”? E per il credente è inevitabile chiedersi: ma la Bibbia è veramente “Parola di Dio”? O è solo l’espressione storicamente determinata della religiosità di un popolo particolare? E’ possibile cogliervi, come un “filo rosso trasversale” un messaggio organico e coerente? E la Chiesa cattolica – o meglio la sua gerarchia – come pure le altre Chiese, ne sono veramente interpreti autentiche ed esclusive? E in che cosa il cristianesimo differisce dalle altre religioni? In che consiste,nel suo nucleo più essenziale, la religione, fenomeno comune a tutti i popoli, di qualsiasi epoca e latitudine? Ma il cristianesimo è veramente una religione?
Se si giunge alla conclusione, come si fa nel presente saggio, che la religione è essenzialmente un rapporto di potere tra un servo-suddito e un signore potente, finalizzato al raggiungimento di particolari benefici in cambio di pratiche di culto significanti ossequio e sottomissione da parte del credente, è inevitabile concludere che no, il cristianesimo non è una religione, in quanto fondato sull’amore, che per natura è gratuito e radicalmente estraneo a qualsiasi forma di dominio. C’è tutto un filone, certamente minoritario ma non per questo meno significativo, nell’Antico Testamento (nei Profeti, soprattutto) che mette in luce quello che poi costituirà il messaggio fondamentale di Cristo: Dio non vuole atti di culto, non chiede nulla per sé. Il suo unico comandamento è l’amore e la fratellanza tra gli uomini. E’ possibile, a un’attenta lettura, cogliere un messaggio logicamente coerente, perfettamente omogeneo, che attraversa la tradizione ebraica e i Vangeli e scardina dalle fondamenta qualsiasi religione. Tanto più significativo, in quanto spesso gli stessi portatori di tale messaggio sembrano non rendersi conto della reale portata delle loro parole. La Bibbia è quindi l’espressione dell’esperienza storica e spirituale del popolo ebraico, all’interno della quale, però, si può individuare il “filo rosso” che lega Isaia, Osea ecc. a Gesù e al suo messaggio. Messaggio che, ovviamente, non nasce in un mondo al di fuori della storia: si inserisce nella cultura e nella tradizione dell’ebraismo, ma per rovesciarne i presupposti; è filtrato attraverso la sensibilità e la fede della comunità primitiva dei discepoli, che spesso non capiscono fino in fondo il pensiero di Gesù e vi mescolano le loro idee e i loro pregiudizi, ma tuttavia riescono a trasmetterne la radicale novità.
A questo punto emerge con forza il problema-Chiesa: il presente saggio intende delegittimarla del tutto? Se il messaggio di Cristo è radicalmente antitetico al potere, se il Dio che egli ci fa intravedere è tutt’altro che un sovrano potente, ma, al contrario, un padre che vuole rendere i suoi figli uguali a sé; se Cristo con la sua morte annienta totalmente la legittimità di ogni sacrificio, la risposta non può che essere affermativa: questa Chiesa, con la sua arcaica struttura monarchica, con le sue banche e i compromessi con il potere, non ha nulla che vedere con il messaggio di Cristo. Perché non si può servire a due padroni: se si sceglie di servire il potere e il denaro, sia pure con l’illusione di “fare del bene” è inevitabile voltare le spalle a Cristo. Le persecuzioni degli eretici, i roghi, e gli scandali dello Ior, e le compromissioni con poteri equivoci non sono incidenti, errori imputabili a singoli individui: sono le conseguenze logiche della scelta di fondo: o Dio o Mammona. Sarebbe interessante, a questo proposito, rileggere l’episodio delle tentazioni di Cristo (che poi si riducono a una sola: la tentazione del potere) e tenere presente la sua reazione.
Ma una comunità cristiana capace di rinunciare a tutte le sovrastrutture attuali, e di sforzarsi di incarnare la radicale novità del messaggio cristiano, sarebbe non solo pienamente legittima, ma sommamente auspicabile. Del resto, lo Spirito soffia dove vuole e Dio può benissimo far nascere “figli di Abramo” anche dalle pietre.

Lacrime di coccodrillo sul declino degli studi umanistici

Lacrime di coccodrillo sul declino degli studi umanistici

Sensazionale recente scoperta di alcuni ricercatori: la cultura umanistica in Italia è morta. Aggiungerei, modestamente: anche l’arte, la musica, il cinema, il teatro, e tutto ciò che non è di utilità immediata. Colpa della crisi, certamente. Ma anche obiettivo consapevole della classe politica che ci ha governato negli ultimi venticinque anni (si governa più facilmente un popolo di ignoranti incapaci di giudicare e valutare criticamente) o scelta autolesionista di certe parti politiche con spiccate manie suicide.
La morte della cultura umanistica non è che un aspetto della morte della scuola. Morte preceduta da una più che ventennale agonia. Sulla diagnosi della “malattia” e sul suo prevedibilissimo esito noi docenti ed ex docenti avremmo potuto e potremmo scrivere trattati. Noi lo gridiamo da sempre. Ma a noi, i “paria” della scuola – notoriamente scansafatiche e incapaci di intendere e di volere, utili capri espiatori sui quali scaricare le colpe – nessuno ha mai dato retta. Occorre che il decesso sia constatato da sociologi, ricercatori, pedagogisti e simili, perché lo si prenda in considerazione.
In breve, le cause del disastro attuale si possono così sintetizzare:
1) La mania dell’azienda come “paradigma” della società. Tutto è stato assimilato al modello aziendale: dall’Italia (povera Italia, “di dolore ostello” … ), alla sanità (con i risultati che constatiamo ogni giorno sulla nostra pelle), alla scuola.
Corollario n.1: se la scuola è un’azienda, i docenti sono operai da governare e gestire come subordinati. Ed ecco la creazione di Kapò – pardon, manager – reclutati con sedicenti discutibilissimi concorsi, che spesso hanno operato – almeno in base all’esperienza della sottoscritta – una selezione alla rovescia, premiando i peggiori (l’antico adagio può così essere modificato:… chi non sa, insegna; e chi non sa insegnare, fa il preside).
Corollario n. 2: se la scuola è un’azienda, gli alunni ne sono i clienti, e, come si sa, “il cliente ha sempre ragione”. Quindi cessa ogni rapporto educativo, il dialogo dialettico adulti – ragazzi viene meno. Il docente è un commesso al servizio della clientela, soggetto alle bizze di ragazzi ultra viziati e alle pretese di genitori che vogliono liberarsi da ogni responsabilità,che desiderano unicamente parcheggiare i figli in modo che non li disturbino, che se ne fregano altamente della loro preparazione, e però esigono risultati brillanti e voti altissimi da esibire con gli amici come trofei. Viceversa, la scuola azienda non prende in considerazione se non i “clienti importanti”, e se ne frega degli strati sociali più disagiati ed emarginati. I ragazzi “non importanti” – figli di lavoratori, pendolari ecc. – sono certo ammessi in un liceo classico, ma in apposite sezioni – ghetto, di quelle che cambiano, in un anno, otto professori di lettere e sei di matematica.
Corollario n.3: se i docenti sono dei subordinati, non importa che siano o no preparati, né che siano “bravi”. Si chiede loro solo di essere docili esecutori delle decisioni altrui, abili smanettatori col computer e pazienti compilatori di carte “burocratiche”. Come diceva un vicepreside di una collega: “Sì, è vero, è mediocre come insegnante … ma è così ubbidiente”
E io che mi ero illusa di avere, come compito primario , quello di “formare cittadini”! Ma se sono ridotta a serva, è chiaro, il mio compito è quello di formare servi e sudditi.
2) L’autonomia scolastica. Non c’è più nessuno a cui dare conto e ragione di ciò che non va. Ogni scuola è un piccolo regno autonomo, che non riconosce altra legge se non la volontà del suo sovrano (e della corte che gli sta attorno). Non esistono più leggi, non ci sono più garanzie sindacali, perché “cuius regio eius et religio”. La concorrenza tra scuole, anziché funzionare come “la mano invisibile” che regola il mercato (o che dovrebbe regolarlo, nelle intenzioni dei cosiddetti “liberali”) serve da selezione alla rovescia: non premia il meglio (le scuole di qualità) ma il peggio (le scuole più lassiste, in cui è più facile andare avanti senza studiare). Obiettivo principale di una scuola è reclutare nuovi clienti, strappandoli via alla concorrenza. Quindi non si boccia più nessuno perché questo potrebbe scoraggiare le iscrizioni. Che poi gli studenti sappiano o non sappiano è questione secondaria. Così a me è accaduto di vedere promuovere – con la mia feroce quanto vana opposizione, perché è il consiglio di classe che boccia o promuove e i miei colleghi erano proni al volere del preside – un’alunna che, in primo liceo classico – che equivale al terzo anno degli altri licei – non sapeva nemmeno leggere il greco. Così mi è capitato di sentir dire, agli esami di maturità, che il sole gira intorno alla terra – l’alunna era rimasta a Tolomeo! – che sulla luna non si può vivere sia perché manca un gas necessario alla vita – cioè, ovviamente, l’anidride carbonica – sia perché la temperatura è inferiore ai trecento gradi. Al posto della collega di scienze, che le aveva dato la sufficienza, io avrei fatto l’hara kiri per la vergogna. Invece ho subito una scenata del preside e dei suoi accoliti (lo staff al completo) perché io,insieme ad altre due colleghe commissarie interne, dotate di un normale senso del pudore, avevamo votato – d’accordo con i colleghi esterni – per la bocciatura. Ma il problema non riguarda solo le bocciature: ho saputo di una collega molto seria e preparata che è stata aspramente rimproverata dallo staff presidenziale perché non ha “passato la copia” della versione di greco agli esami di maturità, il che ha comportato un numero minore di 100 rispetto alle attese e alle pretese di alunni, genitori e docenti della sezione. Ma ciò che è più deprimente è il senso di impotenza che si diffonde tra gli insegnanti o, almeno, tra chi vorrebbe ancora insegnare qualcosa (figurarsi tra i precari!): non c’è più nessuna legge, nessuna garanzia, si vive alla mercé dell’arbitrio del “manager”, come tanti Fantozzi. Non parliamo poi di didattica. Una volta il preside doveva avere una certa competenza in questo campo, farsi coordinatore, stimolare il dibattito … ora non più. E’ un manager. E a me è capitato spessissimo di litigare col sedicente manager perché ero ostacolata nella mia azione didattica: ore “rubate” all’insegnamento di latino e greco per motivi futili, rifiuto di concedermi ore di recupero pomeridiane – gratuite, ovviamente – per aiutare alunni in difficoltà, pretesa assurda di impormi metodi e strategie didattiche conformi alla moda dell’epoca (il che è contrario alla libertà d’insegnamento prevista dalla Costituzione) …
3) Le numerose catastrofiche riforme che si sono succedute negli ultimi venti – venticinque anni. La convinzione che il latino e il greco sono materie inutili, troppo faticose e noiose ha indotto i sedicenti riformatori a ridurre il tempo dedicato all’insegnamento di queste lingue morte a vantaggio di materie più utili e moderne. E ad accumulare le più svariate discipline in un tempo – scuola che è sempre lo stesso, molto limitato (sennò i ragazzi si stressano e si traumatizzano, poverini). Come se le teste dei ragazzi (e non solo) fossero dei panini da imbottire, a piacere, con gli ingredienti più svariati, come i panini Mac Donald. Insomma, non si ha idea, o si ignora volutamente come funziona il processo di apprendimento: bisogna per prima cosa imparare a studiare, ad apprendere. E non tutti gli adolescenti – come gli adulti, del resto – sono uguali: c’è chi apprende subito (ma poi rischia di dimenticare), c’è chi impara lentamente, chi ha bisogno di molto tempo … moltiplicare le materie è del tutto inutile, spesso addirittura dannoso. E poi bisogna imparare ad organizzare le conoscenze, altrimenti l’unico risultato di tante fatiche è un tremendo guazzabuglio mentale.
In quanto alla difficoltà delle lingue classiche … chi ha detto che il latino e il greco sono per tutti? Si tratta di lingue letterarie, il cui studio può essere consigliato a chi ha predisposizione per le lingue, a chi conosce perfettamente l’italiano ( idioma quasi del tutto sconosciuto, oggi, in Italia) ed ha interesse e passione per il mondo antico. E invece l’iscrizione al liceo classico è diventata in un recente passato (dalle mie parti lo è ancora) una specie di status symbol. Ragazzini che riuscirebbero benissimo in altri campi sono costretti da genitori ottusi a soffrire per cinque anni cercando di imparare nozioni per loro ostiche e prive di interesse. Ci si iscrive forse a un liceo musicale o a un istituto d’arte senza un minimo di predisposizione per l’arte e la musica? E perché per lo studio del mondo classico dovrebbe essere diverso? In quanto alla noiosità e pesantezza di questo genere di studi … la matematica e le discipline che esigono logica, rigore e applicazione non sono da meno (non a caso, noi docenti di latino e greco concordiamo quasi sempre con i colleghi di matematica nelle valutazioni degli alunni). E perché mai si dovrebbe studiare solo ciò che è leggero, divertente e piacevole? Non si può certo eseguire un pezzo di Mozart o di Beethoven senza annoiarsi con lunghi esercizi di solfeggio. Altrimenti, si scrivono canzonette per Sanremo, si tenta la fortuna con il “grande fratello” o la De Filippi … E’ dunque idiota andare a intervistare cantanti di successo che si sono “annoiati” per anni a studiare lingue antiche (magari avessero invece studiato musica … è forse un caso se la cosiddetta “musica leggera” italiana è, oggi, a mio parere almeno tra le peggiori al mondo?) In quanto alla diffusa convinzione che il moderno sia più interessante, questa è una pia illusione: per un sedicenne di “media cultura” il passato è una sorta di insalata russa, in cui convivono, senza distinzione, Pericle e la regina Vittoria, Enrico IV e Mussolini. L’insegnamento della storia è ormai obsoleto: gli adolescenti – e anche i giovani universitari, per lo più – non hanno più la categoria tempo (e neanche quella spaziale, per la verità).
4) Ed eccoci al punto più dolente: la mancanza di sbocchi lavorativi. Perché iscriversi a una scuola che non offre nessuna possibilità? Alcuni dei miei alunni migliori, che amavano il latino e il greco tanto da iscriversi a Lettere Classiche e da conseguire la laurea col massimo dei voti, oggi sono precari e svolgono un lavoro che non ha nulla a che vedere con gli studi compiuti: fra gli ultratrentenni, qualcuno è insegnante di sostegno alla scuola media (ovviamente, precario, cioè licenziato a giugno e riassunto a settembre), qualcuno vive di (rare) supplenze, mantenuto, per il resto, dai genitori; uno – più fortunato e più giovane – fa la guida dell’Etna accompagnando i turisti a visitare il nostro vulcano (professione certamente interessante … ma che c’entra con la laurea in Lettere Classiche?) Naturalmente io stessa, agli alunni più giovani, quelli delle classi successive, anche se avevano 9 nelle mie materie, ho sconsigliato decisamente la scelta di una facoltà umanistica. Ho visto ragazzi quasi in lacrime iscriversi a malincuore a Medicina. Uno è andato alla Cattolica, a Roma, con un testo di Platone sotto il braccio. Se non è più possibile scegliere facoltà umanistiche, a che pro iscriversi al liceo classico?
Non è vero che il classico in sé non attira più. Al contrario. Dipende dai docenti con i quali si capita. Se si ama follemente quel mondo, quella cultura, quelle lingue, è inevitabile trasmetterlo. Le passioni sono contagiose, e i ragazzi molto sensibili. Quanti dei miei ex alunni, e degli ex alunni dei licei in cui ho insegnato, entusiasti delle esperienze teatrali fatte a scuola (tragedie greche, ma non solo … con uno dei miei ex presidi, uno dei pochissimi veramente in gamba,con me e con altri colleghi “maniaci” come me) hanno poi scelto di dedicarsi al teatro ( che Dio gliela mandi buona, di questi tempi)! Una ragazza dell’ultima classe in cui ho insegnato è entrata all’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico, quello che organizza gli spettacoli classici di Siracusa) superando la difficile prova di ammissione con il monologo di Ecuba (da Le Troiane di Euripide che avevamo messo in scena – e tradotto – a scuola).
La cultura umanistica muore perché muore l’Italia, assassinata dalla crisi attuale e da decenni di politica criminale. Un popolo che rinuncia alla sua storia, al suo patrimonio artistico, alle sue radici, è un popolo che muore (v. anche la Grecia). Altri sanno valorizzare perfettamente il poco che hanno facendone una risorsa economica che dà lavoro a centinaia di persone. Noi, come i Greci, lasciamo andare in rovina ciò che il mondo intero ci invidia.
5) Ma torniamo alla catastrofe – scuola. Il “buonismo” è un’altra non secondaria causa del suo declino. Insegnare sul serio è faticoso. E comporta l’ingrata funzione di “giudice” che, anche in campo scolastico, è una calamita di guai e rogne varie (anche giudiziarie, a torto temutissime dalla maggioranza dei docenti). Molto più facile promuovere tutti, anche se non hanno mai aperto libro. Si è “amati” da tutti, presidi, genitori, alunni scansafatiche …
Però … questa popolarità è fasulla, e mina dall’interno, come un cancro, l’intera scuola. Gli “altri”, quelli che hanno faticato sui libri, si considerano dei fessi: perché studiare, se tanto si viene promossi lo stesso? O, peggio ancora, se si viene messi alla pari con chi notoriamente e sfacciatamente non ha mai fatto nulla ( i ragazzi hanno uno spiccato senso della giustizia, l’abitudine a fare confronti e a considerarsi sottovalutati rispetto ad altri) o se si intuisce che eventuali bocciature metterebbero a rischio la formazione delle classi successive … e il posto di lavoro dei docenti? Se si verifica anche solo una di queste situazioni, la classe è persa e non si recupera più. Il docente serio può rinunciare a insegnarvi e non gli resta che trasferirsi altrove, tanto più se è circondato da colleghi “buonisti” che anche involontariamente gli aizzano contro alunni e genitori. Ma è poi vero che tutta questa profusione di “bontà” giova ai ragazzi? Alle medie non si bocciano perché “è scuola dell’obbligo”, altrimenti si traumatizzano a vita. Si iscrivono alle superiori con lacune che sembrano buchi neri, a volte persino con difficoltà di lettura. Se incontrano docenti e presidi buonisti vanno avanti senza intoppi e conseguono la maturità, convinti che tutto sia loro dovuto, che nella vita non sia necessario faticare, che sia sufficiente un po’ di furbizia o la raccomandazione, per cavarsela … poi c’è l’impatto con l’università e/o con il mondo del lavoro. Di colpo si scopre la durezza della realtà, e l’effetto può essere davvero devastante. Nessuno più si preoccupa di evitare loro traumi e delusioni, e oggi non c’è più molto spazio per gli antichi clientelismi e le tradizionali raccomandazioni. La crisi ha spazzato via tutto. Non c’è più speranza e fiducia nell’avvenire. E allora perché studiare e faticare?
E poi ci sono i nuovi miti creati da vent’anni di berlusconismo: il successo facile, i soldi, la notorietà. Basta essere carine e prive di scrupoli, o comunque disposti a prostituirsi – fisicamente o mentalmente -, a tollerare i compromessi più osceni. Quando ero giovane, dalle mie parti un padre uccise – tra l’approvazione generale – un professore universitario che aveva abusato della figlia minorenne (a quell’epoca si diventava maggiorenni a ventun anni). Oggi i genitori accompagnano le figlie minorenni a casa di anziani potenti e danarosi. Tra i due eccessi, non so quale sia il più mostruoso. Quanti decenni occorreranno per rimediare ai guasti educativi di questo ventennio?
6) Per tornare ai problemi specifici del liceo classico, l’ostacolo principale all’insegnamento del latino e del greco (e di qualsiasi altra lingua, morta o viva) è l’ignoranza della lingua italiana, fortemente voluta dai governi di ogni colore e da eminenti linguisti. Confondendo l’ambito della ricerca universitaria e quello della scuola – di cui non sanno nulla – costoro hanno screditato la grammatica normativa e l’analisi logica, pretendendo di sostituirle con astruse e complicate nomenclature (spesso solo quelle) o con sistemi di analisi troppo complessi perché possano essere appresi da ragazzini. So perfettamente che l’analisi logica è un sistema empirico, inadeguato ad una analisi scientifica della lingua, specialmente di quella attuale. Ma rimane utile. Nessuno zoppo butta via una stampella, perché è uno strumento imperfetto. Intanto la adopera. Quando non gli servirà più potrà gettarla alle ortiche. E la lingua è un codice, basata – come qualsiasi altro codice – su norme precise. Se vogliamo comunicare, dobbiamo rispettarle. Trovo, quindi, idiota la messa al bando della grammatica. Certo, insegnare l’aspetto verbale greco o la consecutio latina a chi non conosce i verbi italiani e il loro uso è una missione impossibile. Ma neanche una lingua moderna – come l’inglese – può essere insegnata a prescindere dallo studio della morfologia. Non è un caso se in Italia, malgrado la detestabile anglomania imperante, coloro che sanno veramente parlare in inglese sono pochi. E’ un errore considerare una lingua – morta o viva che sia – un mero repertorio di vocaboli, per cui basta imparare il lessico per poter parlare e capire. Si tratta di un errore simmetrico a quello di certi vecchi docenti del passato, che facevano studiare solo grammatica latina e greca, tralasciando lessico e sintassi e tutto il resto. Studiare qualsiasi lingua significa “cambiare continente” ; una lingua è un nuovo mondo: un nuovo modo di vedere la realtà, il risultato di una lunghissima storia, una cultura diversa, oltre che lessico, grammatica, sintassi …
Bisognerebbe spiegarlo al linguisti illustri e ai loro portavoce (cretini) nel mondo della scuola, a molti colleghi “moderni” che insegnano lingue di vario tipo e specialmente a quelli di inglese …
In ogni caso, se manca la padronanza della lingua madre, ogni sforzo è inutile. Mancano le strutture logiche mentali di base. Come se si invertisse il cammino dell’evoluzione, e si tornasse allo stadio degli australopitechi. Non è vero che si può imparare una lingua straniera prescindendo dalla conoscenza della lingua madre. A meno che non si sia piccoli e ci si trasferisca in un altro paese come immigrati.( A proposito di immigrati: per concedere loro il permesso di soggiorno li si sottopone a un esame di italiano: e se si facesse lo stesso con i nostri politici e con i giornalisti, specialmente televisivi? Se si dichiarasse decaduto da ogni carica politica chi oltraggia la lingua italiana? Io introdurrei il reato di vilipendio, da scontare con un lungo soggiorno in un cosiddetto “centro di accoglienza”…)
7) Le responsabilità dei sindacati, e in particolare della CGIL scuola, sindacato in cui ho militato per parecchi anni e di cui ho stracciato la tessera ai tempi della riforma Berlinguer e del famigerato “concorsone” dell’epoca. Partendo dalla solita (errata) convinzione che noi professori lavoriamo poco, abbiamo troppe vacanze e dobbiamo essere messi alla pari degli altri lavoratori, si è trovata una brillante soluzione: prolungare il tempo della nostra permanenza a scuola per poterlo quantificare e retribuirlo in modo – a loro parere – più adeguato all’impegno. Il problema è che il lavoro di un docente è diverso – non superiore né inferiore – rispetto a quello di un operaio. Valutarlo è estremamente difficile (non impossibile, però). C’è stato, quindi, per diversi anni, un proliferare di cosiddetti progetti, spesso molto fantasiosi e poco attinenti ai programmi della scuola. I colleghi furbi hanno smesso di insegnare le discipline per le quali sono pagati e si sono trasferiti a scuola per sei pomeriggi su sette per dedicarsi ai progetti (la cui utilità era solo quella di permettere ai colleghi di arrotondare il magro stipendio). I professori meno meritevoli sono diventati, così, quelli che tenevano al loro lavoro e si dedicavano ad esso a tempo pieno (lavorando moltissimo anche a casa, per studiare, preparare lezioni, inventare nuovi espedienti didattici e correggere compiti, tutta roba non quantificabile). Sono stati poi introdotti degli incentivi: per fare carriera noi docenti – categoria notoriamente ignorante e arretrata – dovevamo sorbirci corsi di aggiornamento tenuti da vecchi presidi in pensione e rampanti proff. universitari di psicologia e pedagogia ( avendone frequentato diversi da giovane, ed essendomi fatta una precisa quanto poca lusinghiera idea di simili aggiornatori ho deciso di non fare nessuna carriera e di snobbarli del tutto. E ho continuato a spiare le librerie in attesa dell’ultimo saggio di Canfora o di Vernant … ma aggiornarsi nelle proprie materie non vale). Poi la crisi – è questo l’unico suo pregio – ha spazzato via questi miserevoli espedienti inventati dai nostri governanti per evitare di pagare a tutti uno stipendio decente.
8) Infine, last but not least: il liceo classico, scuola di lunga e prestigiosa tradizione, è fondato su una intelligente e meditata organizzazione dei tempi e delle materie (dopo anni di sperimentazioni varie, sono diventata una gentiliana di ferro), e in modo particolare sulla centralità della cattedra di lettere al ginnasio, che è stata una delle più impegnative della scuola italiana. Potendo disporre di 18 ore per un numero limitato di alunni (una sola classe, anche se di trenta o più elementi, è sempre una classe) il docente del biennio può dedicare a ciascun ragazzo molto tempo e molta attenzione ( a differenza del docente che dispone di tre – quattro ore in diverse classi). Può quindi ancora recuperare le lacune ereditate dalla scuola dell’obbligo, insegnare ad apprendere, ad acquisire un metodo e un ritmo di studio, e soprattutto le categorie “mentali” (logiche, espressive, spazio – temporali) che sono la necessaria pre – condizione di qualsiasi apprendimento. Potendo insegnare ben cinque materie (italiano, latino, greco, storia e geografia) il docente del biennio può coordinare le conoscenze nel modo più efficace e funzionale (ad esempio, se i ragazzi non hanno idea dell’analisi logica e grammaticale, il prof. di IV ginnasio può dedicare mesi, anche un quadrimestre intero, al recupero di queste nozioni; può fare studiare contemporaneamente la storia delle antiche civiltà orientali e, in geografia, l’Anatolia e i paesi del Golfo; può insegnare a conoscere la civiltà e la storia greca e latina insieme alle lingue classiche, che risultano astruse se staccate dal loro contesto … Ovviamente, il vecchio docente del ginnasio diventa il principale punto di riferimento della classe: da solo, ha più ore di tutti gli altri colleghi insieme. Per questo deve essere dotato, oltre che di una solida preparazione, di equilibrio interiore, capacità comunicativa, autorevolezza, una via di mezzo tra il domatore di leoni e il bravo intrattenitore … e deve “avere le palle” perché spetterà a lui assumersi il peso e la responsabilità di tutto l’andamento della classe, comprese le decisioni più impopolari. Questo significa affrontare battaglie quotidiane (con presidi e genitori), rogne varie e persino minacce e seccature giuridiche. Naturalmente, questo compito è molto stressante (parlo per esperienza: ho insegnato al ginnasio per metà della mia quarantennale carriera). Per i docenti che somigliano a don Abbondio, un peso insostenibile. Meglio scaricarsi di un bel po’ di responsabilità. Per i presidi – manager una situazione seccante da gestire: chi dispone di ben cinque materie ha più peso “morale” (non giuridico) nel consiglio di classe, e a volte, tenendo presenti più gli interessi dell’alunno (cui gioverebbe una sacrosanta bocciatura e lo stimolo a cambiare strada) che quelli dell’azienda (che non deve “perdere clienti), rischia di attuare una severa selezione nella classe – termine terribile e inviso ai progressisti: ma l’importante è non attuare una selezione di classe (sociale), offrendo a tutti una preparazione adeguata, non promuovendo tutti per “pietà” -. Meglio quindi spezzare la cattedra, in due o più insegnamenti (è più facile manovrare due tre docenti deresponsabilizzati che uno solo cosciente e responsabile ). Capita poi, a volte, che un docente di ginnasio sia inadeguato e rischi di rovinare completamente la classe a lui affidata: meglio, allora, affiancargli un collega più bravo (per “piangere con un occhio solo). Ma queste motivazioni non si possono dire in pubblico, anche perché i docenti – anche i peggiori – non sono facilmente licenziabili. E allora si dirà ufficialmente che una cattedra “spezzata” comporta grandi vantaggi per gli alunni (balle!) che potranno mettere a confronto metodi diversi ecc. oppure spingerà i docenti ad una proficua collaborazione (ovvero: come fare peggio, con maggiore dispendio di tempo e di energia, ciò che un solo docente potrebbe fare presto e bene. La collaborazione e il confronto vanno riservati ad altri momenti).
Ora, poi, con la intelligente riforma Moratti, secondo la quale tutti i docenti devono insegnare per 18 ore, la cattedra del ginnasio può essere frazionata anche in cinque spezzoni. E’ la fine del liceo classico, ma non solo …. Tra cinquant’anni si vedranno i guasti.
Berlinguer si era limitato a distruggere i licei. La Moratti ha distrutto i tecnici e i professionali. Poi è venuta la Gelmini … e dopo di lei, al suo passaggio,non cresce più nemmeno l’erba. E a me viene in mente, come degna epigrafe per la scuola italiana, una splendida canzone del mio amato Brel: l’air de la bêtise, ovvero l’inno all’idiozia.

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